Viaggio in Nepal: una giornata speciale…

Viaggio in Nepal e visita al Chitwan National Park. Nel programma di viaggio le promesse erano: «attività di birdwatching “a caccia” delle circa 276 specie di uccelli presenti e la visita agli elefanti nei loro habitat per conoscere le abitudini e la vita di questi animali. Escursione in canoa e passeggiata a dorso di elefante per esplorare la giungla e la fauna selvatica, con la speranza di vedere nel loro habitat il rinoceronte cornuto, diversi tipi di cervi, scimmie, cinghiali, bisonti, orsi, leopardi e, se fortunati, la tigre reale del Bengala». In realtà sono cose che si scrivono per attirare i turisti che solo ipoteticamente potrebbero verificarsi. Prima del viaggio, in l’Italia, ho pensato a quanto sarebbe stato emozionante fotografare la “tigre del Bengala” ma anche gli orsi, i leopardi, il rinoceronte cornuto, ecc. Nella realtà la tigre non c’era e non c’erano neanche tutti gli animali promessi. Di avventuroso c’è stato il fatto che l’elefante su cui viaggiavamo si è imbizzarrito e abbiamo corso il rischio di essere disarcionati.
Eppure questa due giorni è stata per me indimenticabile… Una cosa che non aveva avuto l’onore di essere citata nel programma di viaggio è stata una di quelle che, nel mio ricordo, è rimasta più vivida! La visita ad un villaggio all’interno del parco con la possibilità di entrare in contatto con persone umili ma accoglienti. Le loro case erano, per lo più, capanne costruite con paglia e fango, composte quasi sempre da un monolocale con al centro il letto; eppure erano piene di vita e di dignità. I bambini giravano per casa scalzi e facevano colazione attingendo del riso da una ciotola. Le donne facevano i lavori, per lo più fuori di casa. I loro visi consumati dal tempo e dalle intemperie erano belli e pieni di vita. Una donna stava seduta davanti casa con i piedi scalzi e gli occhi perduti ad inseguire i suoi pensieri. Mi ha sorriso dolcemente quando gli ho chiesto se potevo fotografarla ma non si è mossa. Ho maledetto l’ostacolo della lingua, avrei voluto parlare con lei, cercare di capire da che cosa veniva la sua serenità e invece ho scattato alcune foto che, riguardandole, mi danno la possibilità di rifarmi le stesse domande!

Foto e racconti a quattro mani: “Com’è triste Venezia”

Il progetto, che potrebbe portare a una pubblicazione, è quello di mettere assieme i racconti di Maria Grazia Sessa e le fotografie di Salvatore Lumia 

Era ormeggiata accanto alle altre in uno dei canali della laguna. Il fotografo passeggiava sulla terraferma in cerca di spunti per i suoi scatti nella città più romantica al mondo. Eros era il nome della gondola e attirò subito la sua attenzione. Tuttavia un senso di tristezza invase il suo pensiero. Le acque del rio erano luccicanti, i palazzi vi si specchiavano e la gondola era lì, quasi sospesa sulla superficie, ma vuota. Né il gondoliere, né una coppia di amanti, pensò: chi sale su una gondola dal nome Eros se non due innamorati. Forse era stata appena ormeggiata ed erano scesi gli ultimi passeggeri. Il gondoliere probabilmente era in pausa caffè. Era intenzione del fotografo cogliere il momento in cui questo scenario fosse completo. Voleva aspettare, certo che sarebbe arrivato qualcuno. La gondola era pronta per navigare, non aveva la copertura, quindi era di servizio. Aveva deciso di aspettare un po’.Passeggiava da un ponte all’altro in attesa che la gondola si abitasse. La sua immaginazione vagava: vi salirà una coppia di sposi in viaggio di nozze? Oppure due coniugi che festeggiano il loro anniversario? Forse una coppia di turisti in visita a Venezia. Chissà. Per lui comunque non poteva essere altro che una coppia di amanti. Attese per ore, ma non arrivò nessuno, nemmeno il gondoliere. Chiese ad un passante, la risposta fu più triste della scena: c’è il coronavirus in giro, chi vuole che salga su una gondola per adesso? Allora decise di cogliere la desolazione di questo periodo di pandemia con un simbolo: la gondola dell’amore, vuota in vana attesa di clienti, e scattò.

C’era una volta

Correva l’anno 1983, non ero più tornato, in primavera, a Villalba (il paese dove sono nato), dopo che – nel 1969 – mi ero trasferito a Bologna.
Avevo voglia di rivedere i riti della Settimana Santa al mio paese. Sono una manifestazione molto sentita e l’occasione per riprovare le emozioni di quand’ero ragazzo ma anche di fare un po’ di foto era ghiotta.
Un giorno mentre mi affacciavo alla porta della casa di mia Nonna ho visto una scena che mi ha fatto sobbalzare: un contadino andava in campagna tirandosi dietro la mula e la capra. Sul mulo la sella e la bisaccia che conteneva gli attrezzi, e i generi alimentari necessari a consumare il pranzo in campagna. Era una scena ormai rara da vedere perché i muli da qualche anno erano stati, quasi del tutto, sostituiti dai motozappa che, oltre ad essere uno strumento di lavoro, erano stati trasformati in mezzi di trasporto. Sino a vent’anni prima, muli e capre erano molto diffusi. Il mulo era uno strumento di trasporto e di lavoro, la capra serviva a procurare il latte fresco per la famiglia. Erano le cose consuete della mia infanzia e la vista di quel curioso “corteo” è servito a risvegliare in me tantissimi ricordi…

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