Foto e racconti a Quattro Mani

Finalmente è uscito il libro «Foto e racconti a quattro mani»!

E’ un libro che ha bisogno di essere sfogliato, direi annusato. In questo caso non ci sono PDF, Epub, ecc. Bisogna sfogliarlo. La carta usata (patinata opaca da 200 grammi) a mio parere fa risaltare i testi e le foto e da corpo al volumetto.

Voglio raccontare le mie sensazioni e le mie emozioni quando Maria Grazia ha cominciato a scrivere il primo racconto-commento sotto una mia foto su facebook. 
Mi è piaciuto molto ed è lì che è scattata la scintilla. 
Mi è piaciuto il taglio che ha voluto dare ai racconti e l’idea che sia stata Lei a scegliere le foto da commentare senza che io provassi mai a influenzarla nella scelta di un’immagine. 
Maria Grazia è un’artista, il suo curriculum e la sua produzione sono incredibili. Il fatto che abbia deciso di scrivere sulle mie fotografie mi riempiva d’orgoglio. 
C’è voluto del tempo perché tutto era legato all’ispirazione che le stesse le procuravano. 
Era bello ogni tanto trovare sotto una foto un commento che io provvedevo subito a conservare insieme alla fotografia e da lì cominciava l’attesa per la prossima che a volte arrivava presto e altre volte si faceva aspettare magari più di una settimana.
I racconti sono tutti molto belli e soprattutto sono racconti che prendono spunto dalla fotografia ma poi costruiscono una storia, sempre creativa e fantasiosa. 
È la caratteristica della fotografia ed è la fotografia che più amo quella che ispira le storie…
Non ho ancora avuto il piacere di conoscere di persona Maria Grazia eppure mi sento legato a lei da amicizia sincera. Sarà la sicilianità che ci accomuna, sarà il suo carattere schivo e rispettoso, sarà infine la sua arte, la pittura, l’attività da sommelier, la scrittura, la fotografia che la rendono una persona affascinante!
Voglio infine ringraziare Teresa Di Fresco per la bella «Prefazione».

Salvatore Lumia

Per informazioni scrivetemi alla mail slumia51@gmail.com

La zia Liboria e il dipinto su vetro

La zia Liboria era una sorella di mio nonno. Da bambina aveva avuto la poliomelite ed era paralizzata da entrambe le gambe. Eppure, per molti anni, ha vissuto da sola e riusciva nonostante tutto ad essere autosufficiente. La sua casa era composta (come tante a quei tempi) da un unico locale con un soffitto a volta e, di fronte all’entrata, un’altra volta più bassa (alcova) dove c’era il letto. Si muoveva per casa facendo dondolare, con le braccia, una sedia abbassata in modo da poter toccare a terra con le gambe. Era una persona splendida, con due occhi vispi e un’intelligenza vivace. Tutti i nipoti e pronipoti eravamo legati a lei e frequentavamo la sua casa che in certi momenti si trasformava in un circolo di conversazione, di lettura o, ancor meglio, di pettegolezzo. Era molto curiosa, si interessava alle cose di tutti, agli innamoramenti e alle storie d’amore che a volte favoriva e agevolava. Viveva dell’aiuto dei fratelli, tra cui uno che viveva negli Stati Uniti, e che gli mandava periodicamente stoffe, abbigliamento e biancheria che lei riusciva a vendere ricavandone qualcosa. Aveva anche un piccolo podere che dava in affitto e anche questo gli procurava un utile che seppure modesto l’aiutava a vivere in modo dignitoso. La pensione e i sussidi per gli handicappati non arrivavano mai anche se ne avrebbe avuto tutti i diritti. Quando gli diedero una piccola pensione rimase riconoscente ad un onorevole siciliano (come se gli avesse fatto un piacere personale) che si era interessato al suo caso. Era già quasi anziana quando gli hanno assegnato una sedia a rotelle che non ha mai usato perché non ne era capace e preferiva continuare ad usare la sua sedia…
Era credente e, sulle pareti di casa, erano attaccati dei quadri, per lo più stampe, con raffigurazioni religiose.
Ce n’era uno diverso, a cui era molto legata, ed era un dipinto su vetro che raffigurava una Madonna. A noi sembrava molto bello, e probabilmente aveva qualche valore, visto che un giorno uno di quei personaggi che, proveniente dalla città, girava per le povere case alla ricerca di cose di valore da acquistare a cifre modeste.
Così il personaggio convinse la zia a vendergli il quadro. La zia Liboria anche se con il cuore pieno di dispiacere accettò la cifra e gli consegnò il dipinto. Solo, pochi istanti dopo, quando vide la parete vuota e l’uomo uscire con sottobraccio il quadro fu presa dal rimorso, cominciò a disperarsi e chiese ad un vicino di casa di correre dietro all’uomo e farsi riconsegnare il quadro contenta di restituirgli la cifra appena ricevuta per la compravendita. Fortunatamente l’uomo non fece resistenza e il quadro tornò al suo posto.

La storia del quadro mi è tornata in mente qualche anno fa quando a Palermo, in un museo, ne ho visto uno simile (che in questo caso però rappresenta Santa Rosalia) che ho fotografato e che pubblico a corredo di questo breve scritto.

La magia dei libri

UNA VITA CON I LIBRI, UNA VITA PER I LIBRI…

Ho sempre avuto voglia di leggere e da bambino ero un lettore vorace! Ero certamente facilitato dal fatto che nel mio paesino nel centro della Sicilia le distrazioni e le occasioni di svago erano poche. Sì è vero si stava molto per strada e si giocava in giro per il paese con gli amici ma la lettura era un’altra cosa! Leggere ti dava la possibilità di «conoscere», di viaggiare e di fantasticare! Leggevo di tutto e naturalmente molti giornalini a fumetti (Blek Macigno, Capitan Mick, Tex, Il Piccolo Ranger, Topolino, Zagor, ecc.). Leggevo anche libri che prendevo in prestito alla Biblioteca Comunale anzi per un po’ sono stato così assiduo frequentatore della biblioteca da diventare aiutante volontario della bibliotecaria! Andavo in biblioteca tutte le sere e conoscevo tutti i libri e la loro posizione all’interno degli scaffali. Avrei potuto continuare gli studi e sicuramente sarebbero stati letterari ma finito le medie mio padre mi ha detto che non avevamo le possibilità economiche per questo e così ho smesso di studiare e sono andato ad aiutarlo in campagna! Dopo un anno e visto che non mi rassegnavo, ho avuto la possibilità di frequentare una scuola professionale presso i Salesiani a Catania. Quando mi è stato chiesto che specializzazione volessi prendere non ho esitato ed ho esclamato: «Il linotipista»! Non sapevo bene cosa fosse, non avevo mai visto una linotype, avevo solo sentito i racconti di un amico più grande di me di qualche anno che frequentava la scuola tipografica a Palermo. Era il 1965. A quei tempi la tipografia era ancora quella tradizionale, rimasta praticamente immutata per quasi cento anni! Alla «Scuola Salesiana del Libro» ho preso dimestichezza con i «caratteri mobili» in piombo, con la composizione a mano, con l’impostazione grafica di un biglietto da visita, di un volantino ma anche di un manifesto funebre! I Salesiani prima di darti la possibilità di specializzarti (linotipista o stampatore) ti permettevano di conoscere l’intero ciclo di lavoro della tipografia (la composizione, la stampa e la legatoria). Il secondo anno si cominciava a prendere dimestichezza con la linotype. La linotype era stata inventata nel 1881 e permetteva di comporre una linea di caratteri (matrici) che permettevano la fusione di un’unica riga su una lega a base di piombo. Il linotipista doveva essere esperto nella battitura dei tasti della speciale tastiera, doveva conoscere le regole fondamentali dell’ortografia perchè la sillabazione era manuale! I testi dagli autori arrivavano per lo più manoscritti e spesso era difficile interpretare alcune parole. A pensarci adesso sembra tutto così banale eppure non sono passati tantissimi anni!
I libri erano di genere vario, i più disparati: dai romanzi ai trattati scientifici, alle biografie, alle antologie e spesso capitava che ci si appassionasse all’argomento cercando di seguire il discorso o la trama.
Quando nel 1969 mi sono trasferito a Bologna ho subito trovato un lavoro da linotipista e ho continuato lavorando a leggere dei libri. Un periodo abbiamo lavorato per la casa editrice Il Mulino e spesso le pubblicazioni, anche se ostiche, erano molto interessanti. In una di queste letture ho conosciuto il politologo Giorgio Galli e mi sono appassionato ai suoi scritti. L’ho ritrovato opinionista su «Panorama» e sono stato per molti anni suo fedele lettore. Ritagliavo dalla rivista la pagina con il suo articolo e ancora li conservo! Dovevo essere così coinvolto da parlarne spesso che mia moglie (allora la mia fidanzata) come regalo di San Valentino mi regalò un suo libro.
Continuavo a leggere nel lavoro ma soprattutto nella vita. Mi ero avvicinato alla politica e leggevo quotidiani e riviste! La televisione aveva preso piede già da diversi anni ed era diventata un formidabile strumento di informazioni!
Anche in tipografia era entrata prepotente l’elettronica con la fotocomposizione prima (diatronic, compugraphic, berthold, ecc.) e poi con il computer.
Ho vissuto, con entusiasmo, tutti i passaggi convertendomi di volta in volta alle nuove tecnologie. I testi non arrivavano più manoscritti o dattiloscritti ma gli autori digitavano i testi e ti mandavano i file da impaginare. La linotype era entrata nei libri di storia o faceva bella mostra in qualche museo.
I libri sono sempre più belli e pieni di colori e di foto (per i contenuti non so giudicare!). A me è rimasta intatta l’emozione di vedere un libro stampato!

Alcune pagine del mio libro fotografico “Uno sguardo sul mondo”. Chi fosse interessato può contattarmi

Viaggio in Nepal: una giornata speciale…

Viaggio in Nepal e visita al Chitwan National Park. Nel programma di viaggio le promesse erano: «attività di birdwatching “a caccia” delle circa 276 specie di uccelli presenti e la visita agli elefanti nei loro habitat per conoscere le abitudini e la vita di questi animali. Escursione in canoa e passeggiata a dorso di elefante per esplorare la giungla e la fauna selvatica, con la speranza di vedere nel loro habitat il rinoceronte cornuto, diversi tipi di cervi, scimmie, cinghiali, bisonti, orsi, leopardi e, se fortunati, la tigre reale del Bengala». In realtà sono cose che si scrivono per attirare i turisti che solo ipoteticamente potrebbero verificarsi. Prima del viaggio, in l’Italia, ho pensato a quanto sarebbe stato emozionante fotografare la “tigre del Bengala” ma anche gli orsi, i leopardi, il rinoceronte cornuto, ecc. Nella realtà la tigre non c’era e non c’erano neanche tutti gli animali promessi. Di avventuroso c’è stato il fatto che l’elefante su cui viaggiavamo si è imbizzarrito e abbiamo corso il rischio di essere disarcionati.
Eppure questa due giorni è stata per me indimenticabile… Una cosa che non aveva avuto l’onore di essere citata nel programma di viaggio è stata una di quelle che, nel mio ricordo, è rimasta più vivida! La visita ad un villaggio all’interno del parco con la possibilità di entrare in contatto con persone umili ma accoglienti. Le loro case erano, per lo più, capanne costruite con paglia e fango, composte quasi sempre da un monolocale con al centro il letto; eppure erano piene di vita e di dignità. I bambini giravano per casa scalzi e facevano colazione attingendo del riso da una ciotola. Le donne facevano i lavori, per lo più fuori di casa. I loro visi consumati dal tempo e dalle intemperie erano belli e pieni di vita. Una donna stava seduta davanti casa con i piedi scalzi e gli occhi perduti ad inseguire i suoi pensieri. Mi ha sorriso dolcemente quando gli ho chiesto se potevo fotografarla ma non si è mossa. Ho maledetto l’ostacolo della lingua, avrei voluto parlare con lei, cercare di capire da che cosa veniva la sua serenità e invece ho scattato alcune foto che, riguardandole, mi danno la possibilità di rifarmi le stesse domande!

Le origini della fotografia: Alfred Stieglitz

Qualche anno fa sulla rivista “Progresso Fotografico” ho letto un articolo che mi ha molto colpito e mi ha fatto riflettere sul ruolo della fotografia e sulle emozioni che essa provoca e che, a maggiore ragione, provocava quando scattare fotografie era molto più complicato.
Alfred Stiglitz, all’inizio del 1907, viaggiava con la famiglia dall’America verso l’Europa sulla nave Kaiser Wilhelm II, una nave molto alla moda a quei tempi. Viaggiava in prima classe ma viveva con disagio l’atmosfera che vi si respirava. Se ne stava per lo più appartato finché al terzo giorno decise di fuggire da quella compagnia e se ne andò sul ponte più lontano. Quando si fermò guardò sotto.
C’erano tanti uomini, donne e bambini che si affollavano e fu colpito da un uomo con un cappello di paglia di forma rotonda che guardava il ponte inferiore. «L’intera scena mi affascinava. Desiderai vivamente di scappare da ciò che mi circondava ed unirmo a questa gente. Un rotondo cappello di paglia, la ciminiera sulla sinistra, la scala a destra, la passerella con la ringhiera a catene di anelli, bianche bretelle che si incrociavano sulla schiena di un uomo sul ponte inferiore, rotonde forme di macchinari in ferro, un gruppo di persone che si stagliava contro il cielo creando una forma triangolare. Rimasi incantato a lungo, guardando e guardando… Vidi forme in relazione fra di loro. Vidi un’immagine di forme che erano recondite in quel sentimento della vita che io sentivo», ha scritto Stieglitz.
All’improvviso ebbe il desiderio irrefrenabile di fotografare la scena. Corse nella sua cabina per prendere la macchina fotografica e tornò indietro con il terrore che la scena che aveva vista si fosse dissolta e che l’uomo con il cappello di paglia non fosse più al suo posto. Invece la scena era rimasta come l’aveva vista. Aveva a disposizione un solo telaio con una lastra. «Sarei riuscito a catturare quello che vedevo, quello che sentivo? Infine schiacciai l’otturatore. Il mio cuore batteva; mai prima di allora lo avevo sentito battere così furiosamente». Sviluppò la lastra al suo ritorno a New York quattro mesi più tardi. Fece vedere la sua foto (The Steerage) al suo amico Joseph T. Keiler che esclamo: «Ma ci sono due immagini qui, una sopra e una sotto».
Stieglitz non disse nulla ma capì che non aveva visto la scena come l’aveva vista lui. Per un po’ esitò a mostrare la foto fino a quando non fu pubblicata su Camera Work e a questo punto lo stupore fu grande.
La fotografia può nascere per caso? Un signore snob annoiato decide di abbassare lo sguardo con la giusta predisposizione di spirito attratto dalla “forma” che andava cercando. Eppure con la sua immagine la fotografia entra in un’altra dimensione. Aveva avuto ragione il suo amico Keiler quando aveva affermato di aver visto due fotografie una sopra e una sotto! Per la storia della fotografia The Steerage è l’evoluzione, indietro non si potrà tornare…

Esperimenti fotografici al tempo del Coronavirus

Durante il lockdown dello scorso anno che ci ha tenuti chiusi in casa per mesi, come molti ho dovuto riorganizzare la mia vita e, naturalmente, anche la fotografia alla quale dedico molto del mio tempo libero. Le belle giornate primaverili facevano venire voglia di uscire con la macchina fotografica ma non era possibile ed allora bisognava inventarsi qualcosa che tenesse, in qualche modo, viva la passione. C’è sempre l’archivio e la catalogazione visto che non si è mai in pari. L’archivio ha il problema che a lungo andare diventa noioso e in ogni caso non è fare fotografie. Allora mi sono organizzato, sinceramente senza un’idea precisa, ed ho provato a fare degli “esperimenti fotografici”. L’esperimento constava della fotografia vera e propria ma anche della post-produzione e qui c’era veramente da sbizzarrirsi e venivano fuori effetti veramente inaspettati. Non è la fotografia che preferisco ma in tempo di Covid può andar bene lo stesso.
Lascio parlare le fotografie…

Ferdinando Scianna

E’ uno dei fotografi che ammiro di più ed è sempre stato un punto di riferimento per la mia passione per la fotografia. Il fatto che sia siciliano e il fatto che abbia collaborato con Leonardo Sciascia ha sicuramente un suo peso. Scianna ha incontrato, quasi per caso, Leonardo Sciascia, quando aveva appena vent’anni, e con lui ha pubblicato il suo primo libro: «Feste religiose in Sicilia», libro che ebbe un grande successo ed ottenne il «Premio Nadar».
E’ una persona molto colta e affascina il pubblico con la miriade di aneddoti che ama raccontare a cominciare da quando disse a suo padre (che sperava diventasse un avvocato) che avrebbe fatto il fotografo. Il padre perplesso esclamò. «Ma che mestiere sarà quello del fotografo, che mestiere è!».
E’ stato amico di Cartier Bresson ed è stato il primo fotografo italiano nell’agenzia fotogiornalistica Magnum.
Parlando del suo lavoro ha affermato: «Come fotografo mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell’azzardo degli incontri con il mondo».
Ho avuto la fortuna di visitare la mostra «Viaggio, racconto, memoria» ai Musei di San Domenico di Forlì, nel gennaio 2019. La mostra era divisa in 6 sezioni: «La memoria, Il racconto, Ossessioni, Il viaggio, Ritratti, Riti e Miti». Ad arricchire la visita un’audioguida, in cui Scianna raccontava in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, che consentiva di conoscere da vicino il suo percorso umano e fotografico.
Tante immagini che avevo già visto sulle pubblicazioni ma che viste in mostra provocano emozioni più grandi. L’emozione è diventata più grande quando ho visto una fotografia scattata a Villalba, il mio paese d’origine…

New York e la Maratona

Correvo già da diversi anni quando nel 1995, assieme ad alcuni amici, abbiamo pensato di partecipare alla «Maratona di New York». Non avevamo mai percorso una distanza così lunga (42,195 km) ma la cosa non ci faceva paura. Ci siamo allenati per diversi mesi, abbiamo partecipato ad una maratona in Italia (sempre per prepararci) e poi finalmente è arrivato il momento di partire… New York ci aspettava, eravamo pieni di entusiasmo. Non ci ero mai stato e non ero mai andato in aereo. In considerazione di questo il mio amico mi ha ceduto il posto vicino all’oblò e ho passato buona parte del viaggio a guardare fuori anche quando, sopra l’oceano, il paesaggio era diventato monotono.
All’aeroporto mi sono venuti in mente tutti gli emigranti che erano arrivati qui, anche se pochi ci erano arrivati in aereo. 
La vista dei grattacieli era spettacolare ma mi sembrava di esserci stato per i tanti film che avevo visto ambientati a New York.
Qualche giorno dedicato alla visita della città e poi finalmente ci si è avvicinati al giorno fatidico. Il giorno prima ci siamo incontrati con gli altri maratoneti, sotto il Palazzo dell’Onu, per scambiarci le maglie e salutarci. Il clima era elettrizzante e si capiva che non aspettavamo altro che arrivasse domenica mattina. Intanto nel pomeriggio a New York c’era molto freddo e scendeva qualche fiocco di neve. Questo avrebbe reso la nostra impresa ancora più epica.
Già dalle prime ore di domenica mattina nei pressi del ponte di Verrazzano c’era tantissima gente. Era freddo e piovigginava. Ci si riparava alla meglio in attesa della partenza. Alle 10 è stato dato il via e un lungo serpentone ha cominciato a muoversi. C’erano circa 30.000 persone. I più bravi erano stati messi davanti mentre noi ci trovavamo in fondo al gruppo. Abbiamo impiegato una decina di minuti prima di passare davanti all’arco della partenza. Ho corso, prima insieme ad un mio amico, poi da solo ma si era soli per modo di dire perché c’era tanta gente che correva e tantissimi ai bordi della strada ad incoraggiare i maratoneti. Ogni tanto il vento gelido ti entrava nelle ossa ma continuavo a correre. Ai ristori dove speravo di trovare un po’ di the caldo, solo bevande fredde. I km passavano e man mano che ci si avvicinava alla fine la stanchezza si faceva sentire. Sono arrivato nei pressi del Central Park dove era situato l’arrivo ma mancavano ancora 2 km. Tagliare il traguardo è stata una vera emozione: 4’38’56 (a cui bisogna togliere i 10 minuti impiegati per arrivare alla partenza) il tempo impiegato. Ero stanco ma felice… Mi sono avvicinato al ristoro e con orrore ho visto che distribuivano bevande fredde!

Villalba, ricordi e nostalgia…

Possono passare tanti anni, la vita può essere piena momenti importanti, felici o di dolore, eppure spesso la mente torna ai primi anni della propria vita e sono quelli che vanno fino all’adolescenza.
Per me sono gli anni che ho trascorso a Villalba (in Sicilia), il paese dove sono nato. Sono andato via molto giovane ma ci torno spesso e, soprattutto, coltivo i ricordi e la nostalgia. Da tanto penso che il “mio  Paese” non esiste più o esiste solo nella mia mente eppure vi posso assicurare che esiste ed è sempre vivo e ci torno spesso ricordandomi luoghi, visi e momenti. Le persone che adesso conosco sono sempre meno e, a volte, solo i cognomi o i soprannomi mi sono familiari.
La via dove abitavo è via Piave, di fronte alla “Santa Croce”. A quei tempi il paese era ancora molto popolato. Davanti casa mia la mattina e la sera passavano i contadini che a piedi o in groppa ai muli si recavano in campagna. Se si stava davanti alla porta tutti ti salutavano e bisognava salutare tutti a volte scambiando magari qualche parola. 
Nelle vicinanze c’era l’abbeveratoio che per noi ragazzi era un luogo dove giocare e magari bagnarsi. Le case, alla sinistra dell’abbeveratoio, erano per lo più basse e piccole abitate da persone anziane i cui nomi faccio fatica a ricordare ma ricordo i volti.
Tutte le volte che torno scatto delle foto e ce ne sono alcune che pubblicherò in fondo a questo scritto che ormai sono diventate storiche. Le ho scattate nella primavera del 1983 e l’abbeveratoio e le case vicine erano come me le ricordavo io. Adesso tutto è stato trasformato, l’abbeveratoio è diventato fontana e le piccole case palazzi. Mi dispiace ma è giusto così.

C’è una cosa, a volte, più preziosa di mille parole per raccontare i ricordi ed è la fotografia e allora lascio parlare le immagini…

Massimo Troisi

Ci sono dei personaggi che sono riusciti ad avere successo e nello stesso tempo rimanere umili e legati alle proprie tradizioni.
Uno di questi è stato sicuramente Massimo Troisi. Sin dagli esordi, con la Smorfia, si è presentato al pubblico con quel suo aspetto pigro e scanzonato, con quella parlata in dialetto napoletano che faceva storcere il naso ad alcuni e innamorare altri.
Massimo aveva il pregio di parlare sempre allo stesso modo in qualsiasi occasione sia che recitasse in uno spettacolo sia che rispondesse alle domande di un intervistatore. Le sue frasi e i suoi lunghi monologhi non erano mai banali e la sua ironia disarmante. Ad un giornalista che gli chiedeva come si fa a non montarsi la testa, dopo aver fatto successo, così rispondeva: “Il successo è solo una cassa amplificatrice… se uno è imbecille prima di aver successo diventa imbecillissimo, se uno è umano diventa umanissimo…”.
Nonostante la sua fama da pigro ha lavorato tantissimo, probabilmente cosciente che per la malformazione che lo affliggeva la sua vita sarebbe stata breve. Tanti i suoi film a cominciare da “Ricomincio da tre” del 1981 a “Scusate il ritardo” del 1982 nel quale recita insieme alla bravissima Giuliana De Sio e a Nello Arena già suo compagno nel gruppo “La Smorfia”. Nel 1984 ha lavorato con Roberto Benigni in una esilarante storia che vede lui (bidello di una scuola) e Roberto (maestro elementare) catapultati nel lontano 1492. Da qui una serie di divertiti situazioni sino all’incontro con Leonardo da Vinci a cui danno le dritte per costruire un treno a vapore.
Sono seguiti altri fi\lm con scadenza più o meno biennale per finire con “Il Postino” realizzato nel 1994 in compagnia di Philippe Noiret e Maria Grazia Cucinotta. Sembra che per completare il film abbia dovuto stringere i denti perché debilitato dalla malattia faceva sempre più fatica. La sua morte ha riempito di dolore tutti coloro che lo ammiravano e li ha privati di tanti altri capolavori che sicuramente avrebbe realizzato.
Nei versi di una poesia dedicata a Massimo da Roberto Benigni si può leggere:
“O Massimino, io ti tengo in serbo
Fra ciò che il mondo dona di più caro,
Ha fatto più miracoli il tuo verbo
Di quello dell’amato San Gennaro”.

Sono passati tanti anni ma si può affermare che Massimo è ancora vivo nel ricordo di tutti coloro che gli abbiamo voluto bene!

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