Ferdinando Scianna

E’ uno dei fotografi che ammiro di più ed è sempre stato un punto di riferimento per la mia passione per la fotografia. Il fatto che sia siciliano e il fatto che abbia collaborato con Leonardo Sciascia ha sicuramente un suo peso. Scianna ha incontrato, quasi per caso, Leonardo Sciascia, quando aveva appena vent’anni, e con lui ha pubblicato il suo primo libro: «Feste religiose in Sicilia», libro che ebbe un grande successo ed ottenne il «Premio Nadar».
E’ una persona molto colta e affascina il pubblico con la miriade di aneddoti che ama raccontare a cominciare da quando disse a suo padre (che sperava diventasse un avvocato) che avrebbe fatto il fotografo. Il padre perplesso esclamò. «Ma che mestiere sarà quello del fotografo, che mestiere è!».
E’ stato amico di Cartier Bresson ed è stato il primo fotografo italiano nell’agenzia fotogiornalistica Magnum.
Parlando del suo lavoro ha affermato: «Come fotografo mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell’azzardo degli incontri con il mondo».
Ho avuto la fortuna di visitare la mostra «Viaggio, racconto, memoria» ai Musei di San Domenico di Forlì, nel gennaio 2019. La mostra era divisa in 6 sezioni: «La memoria, Il racconto, Ossessioni, Il viaggio, Ritratti, Riti e Miti». Ad arricchire la visita un’audioguida, in cui Scianna raccontava in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, che consentiva di conoscere da vicino il suo percorso umano e fotografico.
Tante immagini che avevo già visto sulle pubblicazioni ma che viste in mostra provocano emozioni più grandi. L’emozione è diventata più grande quando ho visto una fotografia scattata a Villalba, il mio paese d’origine…

New York e la Maratona

Correvo già da diversi anni quando nel 1995, assieme ad alcuni amici, abbiamo pensato di partecipare alla «Maratona di New York». Non avevamo mai percorso una distanza così lunga (42,195 km) ma la cosa non ci faceva paura. Ci siamo allenati per diversi mesi, abbiamo partecipato ad una maratona in Italia (sempre per prepararci) e poi finalmente è arrivato il momento di partire… New York ci aspettava, eravamo pieni di entusiasmo. Non ci ero mai stato e non ero mai andato in aereo. In considerazione di questo il mio amico mi ha ceduto il posto vicino all’oblò e ho passato buona parte del viaggio a guardare fuori anche quando, sopra l’oceano, il paesaggio era diventato monotono.
All’aeroporto mi sono venuti in mente tutti gli emigranti che erano arrivati qui, anche se pochi ci erano arrivati in aereo. 
La vista dei grattacieli era spettacolare ma mi sembrava di esserci stato per i tanti film che avevo visto ambientati a New York.
Qualche giorno dedicato alla visita della città e poi finalmente ci si è avvicinati al giorno fatidico. Il giorno prima ci siamo incontrati con gli altri maratoneti, sotto il Palazzo dell’Onu, per scambiarci le maglie e salutarci. Il clima era elettrizzante e si capiva che non aspettavamo altro che arrivasse domenica mattina. Intanto nel pomeriggio a New York c’era molto freddo e scendeva qualche fiocco di neve. Questo avrebbe reso la nostra impresa ancora più epica.
Già dalle prime ore di domenica mattina nei pressi del ponte di Verrazzano c’era tantissima gente. Era freddo e piovigginava. Ci si riparava alla meglio in attesa della partenza. Alle 10 è stato dato il via e un lungo serpentone ha cominciato a muoversi. C’erano circa 30.000 persone. I più bravi erano stati messi davanti mentre noi ci trovavamo in fondo al gruppo. Abbiamo impiegato una decina di minuti prima di passare davanti all’arco della partenza. Ho corso, prima insieme ad un mio amico, poi da solo ma si era soli per modo di dire perché c’era tanta gente che correva e tantissimi ai bordi della strada ad incoraggiare i maratoneti. Ogni tanto il vento gelido ti entrava nelle ossa ma continuavo a correre. Ai ristori dove speravo di trovare un po’ di the caldo, solo bevande fredde. I km passavano e man mano che ci si avvicinava alla fine la stanchezza si faceva sentire. Sono arrivato nei pressi del Central Park dove era situato l’arrivo ma mancavano ancora 2 km. Tagliare il traguardo è stata una vera emozione: 4’38’56 (a cui bisogna togliere i 10 minuti impiegati per arrivare alla partenza) il tempo impiegato. Ero stanco ma felice… Mi sono avvicinato al ristoro e con orrore ho visto che distribuivano bevande fredde!

Villalba, ricordi e nostalgia…

Possono passare tanti anni, la vita può essere piena momenti importanti, felici o di dolore, eppure spesso la mente torna ai primi anni della propria vita e sono quelli che vanno fino all’adolescenza.
Per me sono gli anni che ho trascorso a Villalba (in Sicilia), il paese dove sono nato. Sono andato via molto giovane ma ci torno spesso e, soprattutto, coltivo i ricordi e la nostalgia. Da tanto penso che il “mio  Paese” non esiste più o esiste solo nella mia mente eppure vi posso assicurare che esiste ed è sempre vivo e ci torno spesso ricordandomi luoghi, visi e momenti. Le persone che adesso conosco sono sempre meno e, a volte, solo i cognomi o i soprannomi mi sono familiari.
La via dove abitavo è via Piave, di fronte alla “Santa Croce”. A quei tempi il paese era ancora molto popolato. Davanti casa mia la mattina e la sera passavano i contadini che a piedi o in groppa ai muli si recavano in campagna. Se si stava davanti alla porta tutti ti salutavano e bisognava salutare tutti a volte scambiando magari qualche parola. 
Nelle vicinanze c’era l’abbeveratoio che per noi ragazzi era un luogo dove giocare e magari bagnarsi. Le case, alla sinistra dell’abbeveratoio, erano per lo più basse e piccole abitate da persone anziane i cui nomi faccio fatica a ricordare ma ricordo i volti.
Tutte le volte che torno scatto delle foto e ce ne sono alcune che pubblicherò in fondo a questo scritto che ormai sono diventate storiche. Le ho scattate nella primavera del 1983 e l’abbeveratoio e le case vicine erano come me le ricordavo io. Adesso tutto è stato trasformato, l’abbeveratoio è diventato fontana e le piccole case palazzi. Mi dispiace ma è giusto così.

C’è una cosa, a volte, più preziosa di mille parole per raccontare i ricordi ed è la fotografia e allora lascio parlare le immagini…

Massimo Troisi

Ci sono dei personaggi che sono riusciti ad avere successo e nello stesso tempo rimanere umili e legati alle proprie tradizioni.
Uno di questi è stato sicuramente Massimo Troisi. Sin dagli esordi, con la Smorfia, si è presentato al pubblico con quel suo aspetto pigro e scanzonato, con quella parlata in dialetto napoletano che faceva storcere il naso ad alcuni e innamorare altri.
Massimo aveva il pregio di parlare sempre allo stesso modo in qualsiasi occasione sia che recitasse in uno spettacolo sia che rispondesse alle domande di un intervistatore. Le sue frasi e i suoi lunghi monologhi non erano mai banali e la sua ironia disarmante. Ad un giornalista che gli chiedeva come si fa a non montarsi la testa, dopo aver fatto successo, così rispondeva: “Il successo è solo una cassa amplificatrice… se uno è imbecille prima di aver successo diventa imbecillissimo, se uno è umano diventa umanissimo…”.
Nonostante la sua fama da pigro ha lavorato tantissimo, probabilmente cosciente che per la malformazione che lo affliggeva la sua vita sarebbe stata breve. Tanti i suoi film a cominciare da “Ricomincio da tre” del 1981 a “Scusate il ritardo” del 1982 nel quale recita insieme alla bravissima Giuliana De Sio e a Nello Arena già suo compagno nel gruppo “La Smorfia”. Nel 1984 ha lavorato con Roberto Benigni in una esilarante storia che vede lui (bidello di una scuola) e Roberto (maestro elementare) catapultati nel lontano 1492. Da qui una serie di divertiti situazioni sino all’incontro con Leonardo da Vinci a cui danno le dritte per costruire un treno a vapore.
Sono seguiti altri fi\lm con scadenza più o meno biennale per finire con “Il Postino” realizzato nel 1994 in compagnia di Philippe Noiret e Maria Grazia Cucinotta. Sembra che per completare il film abbia dovuto stringere i denti perché debilitato dalla malattia faceva sempre più fatica. La sua morte ha riempito di dolore tutti coloro che lo ammiravano e li ha privati di tanti altri capolavori che sicuramente avrebbe realizzato.
Nei versi di una poesia dedicata a Massimo da Roberto Benigni si può leggere:
“O Massimino, io ti tengo in serbo
Fra ciò che il mondo dona di più caro,
Ha fatto più miracoli il tuo verbo
Di quello dell’amato San Gennaro”.

Sono passati tanti anni ma si può affermare che Massimo è ancora vivo nel ricordo di tutti coloro che gli abbiamo voluto bene!

C’era una volta la fotografia

Negli anni 80-90 del secolo scorso (fa impressione dire il secolo scorso, ma così è) si teneva a Milano, con cadenza biennale, una fiera della fotografia: il Sicof. Era un’occasione formidabile per tutti i fotoamatori per poter vedere le novità che le varie case stavano per immettere sul mercato, per provare fotocamere ed obiettivi che sarebbero diventati oggetti del desiderio nei mesi successivi per raccattare qualche gadget ma soprattutto per approfittare del fatto che le maggiori aziende fotografiche (Ilford, Kodak, Agfa, Canon, Nikon, Fuji, Contax ecc.) organizzavano delle sale posa con modelle professioniste per poter dare la possibilità ai fotoamatori di scattare un po’ di foto.
Era probabilmente questa possibilità uno dei motivi (se non il motivo) che spingeva tanti fotoamatori ad andare a Milano visto la ressa che si creava intorno ai set con le modelle.
Confesso di aver partecipato anch’io sgomitando per riuscire ad avere un posto il più vicino possibile al set.

In questi giorni di forzata permanenza in casa ho trovato un po’ di negativi scattati in quelle occasioni e, come sempre, assieme ai ricordi affiora la nostalgia!

Ho visto Gorbaciov e non solo…

Non è il racconto di un sogno, di quelli che la nostra mente costruisce mettendo insieme, senza una logica apparente, persone che conosciamo da sempre con persone famose che abbiamo visto solo per televisione o di cui abbiamo letto un libro! E’ successo veramente nel 2002.
Mikhail Gorbaciov, l’ultimo Presidente dell’URSS, Premio Nobel per la Pace era in visita in Emilia Romagna su invito del Presidente della Regione Vasco Errani e una sera è stato ospite alla Festa dell’Unità di San Lazzaro di Savena (un comune alle porte di Bologna) e ad accoglierlo ha trovato tanti personaggi famosi per una serata che per il pubblico si è rivelata indimenticabile. Erano presenti, tra gli altri: Rita Levi Montalcini (Premio Nobel per la medicina nel 1986), Enzo Biagi (uno dei giornalisti più popolari del XX secolo), Sergio Cofferati (in quel periodo potente segretario generale della CGIL) e Piero Fassino (segretario nazionale dei Democratici di Sinistra).
Eravamo stati invitati insieme a tante altre famiglie che ospitavano i bambini bielorussi nell’ambito del Progetto Chernobyl in Emilia Romagna.
Barando un po’ sul mio ruolo di fotografo sono riuscito ad avvicinarmi a Gorbaciov e vi assicuro che mi sembrava un sogno. Avevo di fronte uno dei personaggi più famosi al mondo, una persona che aveva suscitato in tanti la speranza che sarebbe stato capace di cambiare l’Unione Sovietica e traghettarla verso un socialismo più democratico. Non ci è riuscito ma questo non toglie nulla alla grandezza del personaggio. Non ho resistito, non lo avevo mai fatto, ma mi sono avvicinato gli ho stretto la mano e gli ho chiesto l’autografo che conservo gelosamente.
Enzo Biagi, con la consueta bravura, lo ha intervistato e lui ha risposto cercando di spiegare cos’era successo dell’Unione Sovietica e cos’era diventata la Russia (che aveva già come presidente Putin).

Fabrizio non è morto…

L’11 gennaio del 1999 è venuto a mancare Fabrizio De Andrè. Voglio ricordarlo riproponendo un articolino che avevo scritto in quei giorni per il notiziario del mio Gruppo Podistico.

E’ morto Fabrizio De André e subito giornali e televisioni, ripetendo un copione già visto, hanno cominciato a fare a gara nello spettacolarizzare questo triste avvenimento. Questa volta la televisione ha avuto qualche problema in più in quanto De André per tanti anni si è rifiutato di partecipare a qualsiasi trasmissione forse per paura di vedere le sue canzoni contaminate dall’atmosfera di festival che imperava in quegli anni.
Ho “conosciuto” le sue canzoni appena arrivato a Bologna, nel 1969. I miei cugini mi fecero ascoltare “La Guerra di Piero”: “E se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire ma il tempo a me resterà per vedere gli occhi di un uomo che muore”. Quante volte abbiamo cantato la strofa di questa canzone e della “Canzone di Marinella”, della “Preghiera in Gennaio”, di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”, di “Il gorilla”, di “La Morte”, ecc.
Avevo 18 anni e arrivavo dalla Sicilia pieno di entusiasmo e di speranze. Penso di non esagerare dicendo che una parte della mia formazione la devo alle canzoni di Fabrizio. I primi amici li ho conosciuti perché condividevamo la passione per le sue canzoni. Non avevamo nessun bisogno di formare “fan club” ed era sufficiente stare insieme. Se poi qualcuno sapeva suonare la chitarra passavamo ore ed ore ad ascoltare le sue canzoni e a cantare, e cantando si facevano i conti con i grandi temi dell’esistenza: “La morte” (“La morte verrà all’improvviso avrà le tue labbra e i tuoi occhi  ti coprirà di un velo bianco addormentandosi al tuo fianco”, l’aldilà (“quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte ai suicidi dirà baciandoli alla fronte: venite in paradiso là dove vado anch’io perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”), i derelitti, gli emarginati, le prostitute.
Canzoni senza tempo e che non passeranno mai di moda.
Non è vero che piacesse a tutti, anzi, penso che i suoi estimatori fossero una (numerosissima) minoranza, orgogliosi e fedeli.
Col passare degli anni i sogni giovanili si solo allontanati ed hanno lasciato il posto alla realtà ma le canzoni di De André sono sempre li che mi frullano nella mente.
Adesso è morto e provo dispiacere. Penso, però, che questa sia una di quelle occasioni in cui si può affermare che a morire è stato solo il suo corpo mentre vivo rimarrà il suo spirito nei versi, nelle canzoni e nella musica che ci ha lasciato in eredità.

Nino Pracanica, il «Kuntastorie»

Agosto 2015. Pensavamo di usare Milazzo come base per alcune escursioni alle Isole Eolie! Qualcuno ci aveva detto: “A Milazzo non c’è niente!” e invece abbiamo scoperto una splendida cittadina piena di cose interessanti, in particolar modo la “Cittadella Fortificata della Città di Milazzo” meglio nota come “il Castello”.
A rendere indimenticabile, però, la nostra visita è stato l’incontro con il “Kuntastorie” Nino Pracanica. Ci ha chiamati mentre uscivamo dal Castello e incuriositi ci siamo avvicinati. Il Kuntastorie ci ha subito coinvolti recitando storie ispirate ai classici greci, alla commedia dell’Arte e ai vecchi cantastorie siciliani, indossando le innumerevoli maschere chiamate Imago (realizzate in collaborazione con la moglie Gina Privitera). Gabriella ed io abbiamo passato una mezz’ora affascinati e avvolti dalle tante parole che sgorgavano dalla bocca del bravissimo Kuntastorie. Qualche minuto ancora per guardare gli oggetti artistici e le bellissime Imago e poi via con tanta emozione e il ricordo che ci porteremo nel cuore e nella mente!!!

Leonardo Sciascia compie 100 anni

L’8 gennaio Leonardo Sciascia avrebbe compiuto 100 anni e allora lo voglio ricordare con alcune frasi di un libro che ho acquistato tanti anni fa (nel 1990) e tengo sempre a portata di mano perché è una fonte inesauribile di ricordi sulla Sicilia, quella sua e quella mia, lontana dal mare. Il libro in questione è “Occhio di Capra” ed è una raccolta di modi di dire che lo scrittore ambienta nel suo paese (Racalmuto) ma che in molti casi potrei ambientare nel mio visto che da bambino li sentivo raccontare come fossero cose accaduti in paese!
Subito nella prefazione (che lui chiama “Notizia”) mette in chiaro le cose scrivendo: «“La mia terra è sui fiumi stretta al mare”, dice Quasimodo. Parla della Sicilia, ma la sua memoria più vivida ne è il mare di Siracusa, la foce dell’Imera, i “pianori d’Acquaviva dove il Platani rotola conchiglie”. Ma la mia terra, la mia Sicilia, non ha fiumi; e dal mare è lontana come se fosse al centro di un continente». La terra di Sciascia è simile alla terra dove sono nato!
All’interno del libro e rigorosamente in ordine alfabetico comincia ad elencare ma anche a commentare i modi di dire:
«A bon’è ca si mori» (Meno male che si muore). E’ l’estrema consolazione a tutte le sventure e ai sacrifici.
«Arti di pinna» (Arte della penna, cioè dello scrivere). In un periodo in cui pochi erano riusciti a completare le elementari, saper scrivere bene era considerato estremamente difficile.
«Catuniari» (Catoneggiare). «Da Catone il Censore: e appunto dice del continuo, assillante, gratuito censurare e disapprovare di un marito, di una moglie, di una suocera. Da quale memoria è arrivata al sentire popolare la figura di Catone, dando luogo a un verbo, è un mistero.»
… e tanti altri ancora!

Quand’era in vita, ho avuto grande ammirazione per Leonardo Sciascia, ammirazione che spesso sfociava in venerazione! Ancora adesso mi capita di cercare su Youtube le sue interviste o i dibattiti a cui ha partecipato. Si tratta di quelle persone a cui vuoi bene al di là del loro ruolo di scrittore, di politico, di opinionista. Ho letto molti dei suoi libri e ho ascoltato molte delle sue interviste. Era un personaggio scomodo, difficilmente etichettabile ed inquadrabile in “categorie sociali” e questo era il suo bello!
Nel maggio del 2019 quando ho percorso a piedi «la Magna Via Francigena» e sono passato da Racalmuto sono subito andato a cercare la statua in bronzo che i concittadini hanno voluto costruire per continuare a rivederlo nei suoi gesti quotidiani. La foto ricordo in sua compagnia era obbligatoria!


Anno nuovo e ricordi antichi…

Chissà perché in queste prime ore del 2021 la mia mente è andata a frugare fra i ricordi più remoti dell’infanzia. Ricordi chiaramente tanto lontani ma allo stesso tempo vivi. Mi è venuto in mente, il mio paesino in Sicilia, isola nell’isola, perché tutto si svolgeva al suo interno. Per noi bambini, ma anche per gli adulti, i contatti con l’esterno erano rari se non inesistenti.
L’attività principale, quasi esclusiva, della popolazione villalbese era l’agricoltura, praticata ancora in modo arcaico con attrezzature sempre uguali da secoli. I contadini si lamentavano, a ragione, delle tante fatiche e dei pochi profitti. Uno dei traguardi importanti, per ogni contadino dopo la raccolta, era quello di mettere via il grano che permettesse alla famiglia di fare il pane fino alla prossima raccolta. Di soldi ne circolavano pochissimi e il baratto era assai frequente. Mia mamma comprava la frutta dai venditori ambulanti pagandola con il grano o le fave e la “putia” accettava di darmi un quaderno in cambio di un paio di uova. Tanti avevano cominciato ad emigrare verso la Francia, la Germania, il Belgio e il nord Italia facendo giungere presto notizie (spesso non vere) dai posti dove erano emigrati di lavoro poco faticoso, di benessere, di comodità e ricchezza che facevano da stimolo per far partire gli altri. In pochi anni il paese si è svuotato.
La gente che non partiva viveva la vita con fatalismo e disincanto. 
Una cosa però era chiara, per poter migliorare la propria vita, era necessario studiare, avere un pezzo di carta che ti avrebbe dato la possibilità di arruolarti nelle forze dell’ordine ma anche di non farti fregare dal prossimo. Mi ricordo di un vecchietto che mi diceva: “Devi leggere il dizionario e leggerlo tante volte fino ad impararlo a memoria”.
Un contadino si vantava di avere imparato a memoria “I Promessi sposi” e non perdeva occasione per recitarne un brano. La zia Mariagiuseppa, nelle lunghe sere d’inverno, ci raccontava delle storie fantastiche (“cunti”) che ci tenevano attenti attorno al braciere fino all’ora di andare a letto.
Le notizie che giungevano dall’esterno erano poche. C’era la radio ma non tutti l’avevano e la televisione doveva ancora venire. Si viveva sereni, contenti del poco che avevi. C’era il necessario (vitto e vestiti) e del resto non ti importava anche perché eravamo quasi tutti così. L’eccezione era l’amico benestante che poteva permettersi la bicicletta!

BUON 2021!!!

Nella foto: io in prima elementare

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