Le “VARE” a Caltanissetta

Giovedì Santo (2022)

Le “Vare” sono sedici gruppi statuari che vengono portati in processione la sera del giovedì santo. Quasi tutti i gruppi statuari (ben quindici su sedici) sono opera di Francesco e Vincenzo Biangardi, che le realizzarono durante la seconda metà del XVIII Secolo. L’unica Vara a non essere opera dei due artisti napoletani è quella della Traslazione (la cui realizzazione venne commissionata nel 1853 a Napoli a uno scultore ignoto).
Già dalla prima mattina le vare vengono disposte nelle vie cittadine, usualmente di fronte l’abitazione dei rispettivi proprietari e vengono addobbate con fiori e lumi, mentre le bande contribuiscono a rendere allegra l’atmosfera di preparazione. Con l’arrivo del tramonto, però, il registro della musica cambia di colpo, lasciando spazio alle marce funebri ed ai canti della passione. Le Vare vengono, così, accompagnate verso la Piazza Garibaldi, dove si dispongono circondate da un vero e proprio mare di gente. Verso le ore 21,00, quando tutti gruppi hanno raggiunto la loro posizione, formando un cerchio intorno alla Fontana del Tritone, la processione ha inizio ed il primo gruppo, “La Cena” si mette in marcia.
Durante il tragitto, ogni Vara è quasi scortata da numerose persone: la banda, le congregazioni, i ragazzi che vestiti con un saio bianco recano in mano grossi ceri accesi (i bilannuna), la famiglia che possiede la vara. Molto belli e densi di significato sono i passaggi nella Via Re d’Italia; nel Corso Vittorio Emanuele dove la processione si interrompe per permettere ai processionali ed ai musicisti di mangiare e bere quanto offerto dai proprietari delle vare; nella Via XX Settembre, dove notevole è lo sforzo compiuto per far salire le Vare lungo la ripida salita.
Infine, ormai a notte fonda, le Vare si dispongono nuovamente tutte in Piazza Garibaldi e, dopo la Maschiata atto finale dei giochi pirotecnici, iniziano a diperdersi disordinatamente in ogni direzione per tornare ai luoghi in cui sono custodite, dando luogo alla “Spartenza”.

Viaggio in Nepal: una giornata speciale…

Viaggio in Nepal e visita al Chitwan National Park. Nel programma di viaggio le promesse erano: «attività di birdwatching “a caccia” delle circa 276 specie di uccelli presenti e la visita agli elefanti nei loro habitat per conoscere le abitudini e la vita di questi animali. Escursione in canoa e passeggiata a dorso di elefante per esplorare la giungla e la fauna selvatica, con la speranza di vedere nel loro habitat il rinoceronte cornuto, diversi tipi di cervi, scimmie, cinghiali, bisonti, orsi, leopardi e, se fortunati, la tigre reale del Bengala». In realtà sono cose che si scrivono per attirare i turisti che solo ipoteticamente potrebbero verificarsi. Prima del viaggio, in l’Italia, ho pensato a quanto sarebbe stato emozionante fotografare la “tigre del Bengala” ma anche gli orsi, i leopardi, il rinoceronte cornuto, ecc. Nella realtà la tigre non c’era e non c’erano neanche tutti gli animali promessi. Di avventuroso c’è stato il fatto che l’elefante su cui viaggiavamo si è imbizzarrito e abbiamo corso il rischio di essere disarcionati.
Eppure questa due giorni è stata per me indimenticabile… Una cosa che non aveva avuto l’onore di essere citata nel programma di viaggio è stata una di quelle che, nel mio ricordo, è rimasta più vivida! La visita ad un villaggio all’interno del parco con la possibilità di entrare in contatto con persone umili ma accoglienti. Le loro case erano, per lo più, capanne costruite con paglia e fango, composte quasi sempre da un monolocale con al centro il letto; eppure erano piene di vita e di dignità. I bambini giravano per casa scalzi e facevano colazione attingendo del riso da una ciotola. Le donne facevano i lavori, per lo più fuori di casa. I loro visi consumati dal tempo e dalle intemperie erano belli e pieni di vita. Una donna stava seduta davanti casa con i piedi scalzi e gli occhi perduti ad inseguire i suoi pensieri. Mi ha sorriso dolcemente quando gli ho chiesto se potevo fotografarla ma non si è mossa. Ho maledetto l’ostacolo della lingua, avrei voluto parlare con lei, cercare di capire da che cosa veniva la sua serenità e invece ho scattato alcune foto che, riguardandole, mi danno la possibilità di rifarmi le stesse domande!

© Testi e foto di Salvatore Lumia – Riproduzione riservata

Bielorussia, una foto e una storia

BIELORUSSIA (2003)

Anche questa foto merita, a mio parere, come introduzione lo scritto di Leonardo Sciascia: «È stato detto, ed è vero, che non c’è fotografia che nel giro di pochi anni non diventi bella per quel che vi si cristallizza di nostalgia, di rimpianto, di sentimento personale o collettivo».
Sono a spasso per il villaggio di Nivki, nella provincia di Gomel, in Bielorussia. Il villaggio, come molti villaggi della zona, è praticamente deserto: qualche animale da cortile o qualche cane si aggirano per le strade quasi sempre sterrate. All’improvviso vedo una donna verniciare il portone della sua casa di legno. Ha le mani sporche di vernice verde e faccio fatica a capire se ha un pennello o se vernicia con le mani. Poco lontano un uomo seduto su una panchina è assorto nei suoi pensieri e guarda lontano. Nei pressi un cane cammina per strada. Prendo subito la fotocamera e scatto alcune foto ai tre personaggi quando con mio stupore si compone la scena: la donna scende dalla scala e si mette a sedere sulla panchina vicino all’uomo e subito cominciano a chiacchierare, il cane si mette in mezzo a loro quasi ad invitarmi a scattare. Non mi faccio di certo pregare e, prima che loro si accorgano della mia presenza, metto a fuoco e scatto.
A distanza di tanti anni riguardo la foto e si rinnovano in me i ricordi dell’emozione provata nel registrare la scena ma anche delle cose fatte in quel viaggio in luoghi tristemente famosi perché coinvolti nella tragedia dell’esplosione nucleare di Chernobyl.

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