In vacanza a Villalba, dopo circa sessant’anni, ho ritrovato il mio “Cinema Paradiso”… E’ bastata una porta aperta, il salone, le tende rosse alle finestre, il bancone e alcune piccole tracce che mi è tornato in mente il mondo del cinema a Villalba negli anni sessanta. Nino Scarlata, erede della famiglia che ha gestito il cinema, mi ha invitato ad entrare e a fotografare. A registrare con le immagini le tracce di un mondo che non esiste più. Mentre fotografavo le cose mi venivano incontro le persone: il professore Sasà, lo zio Vincenzo che vendeva i semi di zucca e i ceci tostati, Calogero che alternava il suo lavoro di Sacrestano della Chiesa con quello di Cineoperatore e la tanta gente che affollava il cinema partecipando attivamente alla proiezione. La serata cominciava con la proiezione di un “Cinegiornale” Luce. Non ricordo se erano documentari recenti oppure di repertorio ma poco importava, erano immagini e tanto bastava per suscitare interesse. A ricordo mi sembra parlassero dell’Italia, dei divi dello spettacolo, dei politici, delle realizzazioni della Cassa per il Mezzogiorno. Aveva perso la retorica dei cinegiornali del ventennio ma lo stesso cercava di magnificare le “conquiste” dell’Italia Repubblicana nata da meno di venti anni.
Arrivava allora il momento della proiezione del film. Si trattava soprattutto di film vecchi, di pellicole rovinate che il bravo Calogero “riaggiuntava” cercando di non far perdere il senso della storia alla pellicola. Ma non importava, erano immagini e tanto bastava… La televisione per tutti doveva ancora venire e il cinema era l’unico contatto che si aveva con il mondo, reale o fantastico che fosse.
Molti dei film erano in bianco e nero ma non mancavano i primi film a colori in “cinemascope”… Quando, soprattutto in questi, si vedeva il mezzobusto di una ragazza in costume da bagno, i più giovani urlavano: “quadro” nella speranza di andare oltre il mezzobusto e vedere la figura intera.
Intanto Nino mi aveva aperto la stanza con il proiettore, parzialmente coperto da un panno che inutilmente doveva proteggerlo dalla polvere. Una macchina imponente che sicuramente sarà stato un grosso investimento per la proprietà. Nel piccolo stanzino, oltre al proiettore, i vecchi interruttori e a terra spezzoni di pellicola: non si vedevano più i fotogrammi ma solo delle macchie e anche loroservivano ad alimentare i ricordi…
«Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del paradiso quando eri picciriddu.» (Alfredo, in “Nuovo Cinema Paradiso”, regia di Giuseppe Tornatore)
I MIEI RICORDI Manco da tantissimi anni dal mio paese ed è di gran lunga maggiore il numero degli anni passati lontani, eppure continuamente mi vengono in mente avvenimenti e sensazioni che ho provato nei primi anni della mia infanzia, come se questi anni fossero stati una scuola alla quale fare riferimento per tutta la vita.
Voglio raccontare di una comunità povera e semplice per la maggior parte dedita ad una agricoltura primitiva e poco remunerativa e che presto ha dovuto fare i conti con una emigrazione che ha diviso le famiglie e svuotato il paese; di un paese nel quale si viveva nel ricordo degli anni passati, della mafia, di don Calò, delle bombe al comizio di Girolamo Li Causi, tutte cose passate e che a noi bimbi sembravano quasi un racconto irreale. La mafia, morto don Calò Vizzini (per molti anni capo riconosciuto della mafia in Sicilia), e avendo poca possibilità di sfruttamento si era spostata altrove e il paese viveva in una monotona tranquillità che raramente veniva turbata da qualche incidente sul lavoro o qualche morte prematura.
A volte capitava anche che due ragazzi innamorati se ne scappavano (fuivano) sia per superare l’avversione delle famiglie al loro matrimonio che per affrettare la data delle nozze. Per la verità a volte scappavano, d’accordo con le famiglie, per risparmiare le spese della cerimonia nuziale. In ogni caso al mattino quando i genitori soprattutto della ragazza scoprivano la sua assenza cominciavano a urlare e a disperarsi, perché i vicini sentissero, a ingiuriare i ragazzi e giurare che con loro avevano chiuso e che non avrebbero più messo piede nelle loro case. La notizia della “fuga” faceva presto il giro del paese e subito cominciavano i pettegolezzi. Dopo pochi giorni i ragazzi tornavano a casa e dopo la riappacificazione con i genitori si celebrava un matrimonio un po’ sottotono, i ragazzi mettevano su casa e tutto tornava come prima.
* * *
Sino agli anni ’60 gli uomini lavoravano la terra con metodi ed attrezzatura ancora arcaici. Tutti i lavori dall’aratura alla semina, dalla mietitura alla trebbiatura erano manuali. Si lamentavano sempre, i contadini, per il duro lavoro e per lo scarso raccolto. Ascoltavano con invidia i racconti degli emigranti che parlavano di paga settimanale o mensile, di cottimo, di lavoro stando a sedere (che sembrava voler dire non lavoro) e in molti nasceva la voglia di piantare tutto e di andare via in cerca di miglior fortuna.
Anche noi ragazzi, che dividevamo la nostra giornata tra la scuola e i giochi in giro per il paese e che a volte, soprattutto durante le vacanze, andavamo a “dare una mano” in campagna, sognavamo il nostro futuro lontano dal paese, al nord o all’estero, pensavamo ad un impiego in una grande fabbrica, alla macchina, allo stipendio sicuro tutti i mesi, alla vita piena di comodità e di divertimenti. Ognuno di noi aveva uno zio, un amico o un conoscente da qualche parte, in “continente”. Moltissimi erano in Liguria – ad Albenga – lavoravano come muratori o come camerieri, altri nel Bresciano, a Lumezzane, lavoravano in fabbriche o officine dove si producevano articoli in acciaio inossidabile e dove molti lavorando a cottimo, magari non in regola, in officine insalubri, si sentivano fortunati perché più pezzi facevano e più soldi guadagnavano.
Mi ricordo che quando venivano in paese portavano cucchiai, grattuggie, pentole e altre cose in acciaio e le donne, abituate ad usare le stoviglie in rame o in alluminio, si stupivano nel vedere queste cose lucide che “non si rovinavano mai e che dopo lavate tornavano come nuove”.
Intanto il paese si svuotava, famiglie intere emigravano, molti giovani andavano via e in paese rimanevano gli anziani e alcune famiglie che per un motivo o per l’altro avevano deciso di continuare a vivere con l’agricoltura e adesso avevano la possibilità di ingrandire la loro proprietà acquistando le terre a prezzi vantaggiosi.
Spesso arrivavano in paese dei venditori ambulanti. Arrivavano in genere con un carretto, con le prime macchine o i camioncini a vendere ogni genere di mercanzia, dalla frutta alle patate, dalle cose per la casa alle stoffe, ai corredi e all’abbigliamento. Tutti avevano un urlo incomprensibile ma inconfondibile. Le donne si avvicinavano alla macchina stracarica di ogni mercanzia e dopo aver scelto la cosa che loro interessava cominciavano a contrattare sul prezzo. La contrattazione era lunga e laboriosa anche su prodotti di prezzo modesto ed era una scena tutta da vedere con continui tira e molla e minacce da parte delle donne di non acquistare niente finché non si raggiungeva un compromesso che desse all’acquirente l’illusione di aver fatto un affare e di aver spuntato il prezzo migliore. Alcuni venditori, soprattutto quelli di frutta e patate, oltre il pagamento in soldi, proponevano lo scambio della frutta con il grano o le fave e questo invogliava molto di più le donne perché di soldi nelle case c’è n’erano pochi e invece del grano o un po’ di fave si riusciva a rimediarle.
LA VITA IN PAESE In paese vi erano pochi negozi che vendevano un po’ di tutto dai generi alimentari alle pastiglie per il mal di testa. Mi ricordo che oltre i soldi accettavano come pagamento anche le uova che poi rivendevano a prezzo maggiorato. Capitava che, mia madre, quando avevo bisogno di un quaderno o delle matite, mi dava un uovo che io barattavo con quello di cui avevo bisogno.
Altri personaggi di tanto in tanto spuntavano in paese… Arrivava lo stagnino (“lu quadararu”) che stagnava e riparava le pentole di rame e aveva fama di essere abbastanza sfortunato perché si diceva in paese che tutte le volte che lui arrivava pioveva e il suo lavoro, che si svolgeva all’aperto, diventava più complicato. Era diventato un modo di dire (“la fortuna di lu quadararu”) per indicare una persona per nulla fortunata. Artigiani di mestieri ormai scomparsi e che al solo pensiero che siano esistiti fanno sorridere erano quelli che aggiustavano gli ombrelli (“lu paraccaru”) e quelli che incollavano le brocche di terracotta, le giare e addirittura i piatti rotti e li cucivano con il fil di ferro come raccontato tanto bene da Pirandello nella “Giara”.
5.1.2
L’attività principale del paese era l’agricoltura e le colture principali erano il grano duro e, ad anni alterni, fave o lenticchie.
Il territorio era diviso in tanti appezzamenti più o meno piccoli e quindi ogni contadino aveva diversi appezzamenti dislocati in vari punti del territorio, alcuni dei quali anche molto lontano dal paese. Questo obbligava la gente a lunghi spostamenti al mattino molto presto, per lo più a cavallo di muli o a piedi. Mio padre lavorava la terra e quando c’erano le vacanze a scuola mi portava con sè affinchè, anche se piccolo, potessi dargli una mano. Così presto mi sono abituato a fare i lavori nei campi. In ottobre si arava la terra con un aratro tirato da due muli. In seguito si iniziava la semina e qualche volta sono andato con mio padre per “buttare le sementi”. Lui stava avanti con i muli che tiravano l’aratro ed io dietro portando una borsa (“coffa”) piena di semi che lasciavo cadere uniformemente all’interno dei solchi. Il grano si seminava in tutti i solchi quindi ad ogni virata l’aratro chiudeva il solco precedente e ne apriva un altro. I legumi invece si seminavano un solco si e uno no. A volte esageravo nel buttare i semi e allora si correva il rischio di finirli prima della fine della giornata. Il lavoro era faticoso perché oltre a dover portare la “coffa” con le sementi, quando la terra era un po’ umida si appesantivano gli scarponi e questo rendeva ancora più difficoltoso il camminare.
Per cucinare si usava una cucina costruita in muratura nella quale per alimentare il fuoco si metteva la paglia soprattutto di legumi. In molte case era presente una cucina a gas che però veniva usata per bollire il latte, per friggere le uova e per cotture brevi.
Cominciando presto al mattino, dopo un po’ ci si fermava a fare colazione che in genere era composta di pane, formaggio, olive, frittate e più raramente mortadella, scatolame e poc’altro. Anche il pranzo più o meno aveva gli stessi ingredienti e in ogni caso si mangiavano sempre delle cose fredde e asciutte e questo rendeva molto più faticoso il lavoro nei campi. Mio padre diceva sempre che se ci fosse stata la possibilità di mangiare un piatto di pasta o qualcosa di caldo la fatica si sarebbe dimezzata. Spesso mi raccontava di quando lui era piccolo e andava in campagna con suo fratello; siccome avevano sempre molta fame al mattino si dividevano il pane cosicché ognuno se lo gestiva come voleva e – ricordava ancora – nel periodo che c’erano le fave verdi cominciavano a mangiarle per riempirsi lo stomaco e far durare il pane il più a lungo possibile. Quindi nonostante tutto adesso ci si poteva considerare fortunati. Qualcosa di caldo si mangiava la sera a casa, ma anche in questo caso il pasto era composto da minestra, molte volte di verdure e molto abbondante, e poco secondo per lo più verdure rifatte in frittata o patate. La carne si mangiava poche volte e soprattutto la domenica. Mia madre mi mandava dal macellaio a comprare “tri unzi” (250 g) di carne, di maiale o di castrato, che poi cucinava al sugo insieme con le patate; con il sugo condivamo la pasta e poi ci dividevamo come pietanza la poca carne e le patate. A volte mangiavamo il baccalà fritto o le sarde anche queste fritte. Nella pescheria del paese arrivavano solo sarde, paganelli, seppie e poche altre qualità di pesce. Un pasto importante per tutti, ma soprattutto per noi bambini, era la colazione a base di latte e orzo in grandi tazzoni dove spezzettavamo tanto pane. Il latte era molto buono: in genere mio padre teneva una capra e tutte le mattine la mungeva e quindi avevamo il latte fresco. Solo in certi periodi che la nostra capra non aveva latte lo compravamo, ma anche in questo caso passava il capraio che lo mungeva su ordinazione. In genere, oltre ad avere una capra, tenevamo anche una pecora, cosicché con il latte di capra che non mangiavamo e il latte della pecora mia madre faceva il formaggio. Quando si faceva il formaggio c’era la possibilità di variare la colazione con la “ricuttedda” che era ricotta con il siero caldo nel quale si metteva il pane. Mi ricordo anche il buonissimo sapore del formaggio appena tirato dal siero (la “tuma”) che mia madre mi allungava e che divoravo subito. La mamma faceva delle formine di formaggio sui sette-otto etti e che dopo stagionate venivano messe in una giara di terracotta e servivano sia come companatico che da grattuggiare sulla pasta. Inoltre dalla pecora e dalla capra nascevano agnelli e capretti che però, soprattutto quando eravamo più poveri, mio padre vendeva e a noi non restava che la testa, la coratella e le budelline per fare le “stigliuleddi”. Un’altra cosa molto presente come companatico erano le olive verdi o nere che venivano preparate durante la stagione della raccolta e poi tenute sotto sale le nere e in salamoia le verdi in vasi di terracotta. Una parte delle olive verdi veniva schiacciate e messe in salamoia, con spicchi d’aglio e altri odori, perché fossero pronte presto per essere mangiate. A volte quando d’inverno pioveva o nevicava mio padre, non potendo andare in campagna, si alzava e cucinava delle fave o dei ceci neri che mangiavamo, conditi con olio e inzuppandoci del pane, anche a colazione. Naturalmente capitava spesso che quando si cucinava qualcosa la si mangiava più volte consecutivamente. Un legume prodotto a Villalba e molto rinomato erano le lenticchie che si mangiavano assieme a tagliolini fatti in casa con farina di grano duro, oppure condite con olio come pietanza.
Ogni contadino al momento della raccolta vendeva il grano prodotto ma teneva indietro quello che presumeva gli sarebbe servito per la semina dell’anno successivo e per i bisogni della sua famiglia. Questo era considerato un bel risultato perché garantiva il pane per la famiglia. Periodicamente il grano veniva portato in quantità di 30-40 kg. al mulino per essere macinato. La farina veniva tenuta in un fusto di legno col coperchio e quando si doveva fare il pane se ne setacciava un po’ per togliere la crusca (“caniglia”) e quindi si impastava, si faceva il pane e si portava al forno per cuocerlo. Al fornaio veniva pagato qualcosa per ogni pane infornato. Mia madre faceva il pane d’inverno una volta la settimana e d’estate due volte. Faceva delle pagnotte di 2 kg. circa l’una e sopra ci metteva tanti semi di papavero. Appena sfornato il pane era buonissimo e spesso lo mangiavamo condito con olio, sale e pepe. I miei genitori ci avevano abituati ad avere un grande rispetto per il pane e di considerarlo cone un dono di Dio e quindi non andava assolutamente sprecato e, anche quando era duro e si faceva fatica a mangiarlo, lo si usava per metterlo nel latte o nel brodo delle verdure cotte.
Dopo questa divagazione sulle abitudini alimentari torniamo ai lavori dei campi. Eravamo arrivati alla semina che avveniva in dicembre.
Bisognava aspettare che il grano e i legumi seminati crescessero un po’ e quindi si zappavano per muovere la terra e per strappare tutte le erbacce. Tanto per cambiare anche questo era un lavoro molto faticoso perché bisognava stare sempre con la schiena curva e fare attenzione con la zappa a strappare solo l’erba e non anche il grano. Intanto passavano i mesi e arrivava la primavera. La campagna cambiava colore e il grano e i legumi cominciavano a maturare. Quando si seccavano le fave e le lenticchie venivano strappate con le radici e messe in fasci a seccare. In seguito si “pisavano” con lo stesso sistema usato per il grano.
Poi arrivava il momento della mietitura del grano che veniva fatto a mano con la falce ed era un lavoro molto impegnativo e faticoso, sia perché si lavorava dall’alba al tramonto, e in giugno le ore di luce sono tante, sia perché il caldo a volte afoso raddoppiava la fatica. A complicare le cose, a volte, veniva a piovere poco prima della mietitura così il grano si sdraiava per terra e questo rendeva ancora più difficoltosa la mietitura. Comunque era una cosa che si faceva con entusiasmo, soprattutto quando si vedeva che il grano era bello e che il raccolto sarebbe stato abbondante. Siccome il periodo della mietitura era breve e c’era bisogno di manodopera dall’agrigentino, in particolare dalla zona di Palma di Montechiaro, arrivavano “i mietitori” (contadini che avendo le terre nelle zone vicino al mare avevano già mietuto il loro grano e venivano qui per guadagnare qualcosa), si accampavano in piazza e, con la falce a portata di mano, aspettavano che qualcuno li assumesse. La sera, i contadini andavano i piazza, assumevano quelli di cui avevano bisogno, scegliendo naturalmente i più giovani e quelli che avevano l’aspetto più robusto, li portavano a casa loro e li facevano dormire fuori di casa in giacigli di fortuna pronti per partire per il luogo di lavoro quand’era ancora buio, perché bisognava essere sul posto appena albeggiava. Anche mio padre assumeva quelli di cui aveva bisogno, anzi con qualcuno aveva instaurato un rapporto di stima reciproca e lo aspettava anche negli anni successivi. I mietitori cominciavano a tagliare il grano con la falce, se lo appoggiavano sul braccio che teneva la falce e quando ne avevano fatto un bel mazzo lo legavano sempre con un pugno di spighe e lo poggiavano a terra. Più tardi, uno di loro, con una attrezzatura rudimentale che lo aiutava a prendere i vari mazzi di spighe si sarebbe messo a confezionare dei fasci che si chiamavano “gregni” e che contenevano una diecina di mazzi. Gli uomini erano molto veloci nell’eseguire le varie operazioni della mietitura e il tutto avveniva in modo armonico, stavano tutti in fila e ognuno mietendo un paio di filari procedeva di pari passo con gli altri. Durante la mietitura, nonostante l’arsura che la fatica e il caldo provocavano, molti cantavano stornelli o canzoni allegre e chiedevano da bere a volte acqua ma più spesso anche vino. Il mio incarico, quand’ero piccolo, era quello di passare con il “da bere”. L’acqua e il vino si tenevano in brocche di terracotta diverse fra loro; “la quartara” per l’acqua e “lu fiascu” per il vino, si cercava di tenerli all’ombra, magari mettendoci sopra qualcosa di bagnato, perché stessero più freschi possibile. In questa occasione, anche il mangiare era un po’ più abbondante e a volte, prima di mezzogiorno, andavo in paese per prendere le polpette o dell’altra carne che mia madre aveva preparato e che portavo ancora calde dentro una pentola. Ci si fermava a mangiare, a volte sotto il sole, e si stava fermi lo stretto indispensabile perché bisognava in fretta tornare a mietere e al pomeriggio si lavorava quasi fino al tramonto per poi tornare in paese facendo magari 5 o 6 chilometri a piedi. La mietitura durava alcune settimane e non si stava fermi neanche la domenica.
Ultimata la mietitura era già tempo di “pisare”, cioè di trebbiare il grano. Anche questa, prima dell’avvento delle trebbiatrici, si faceva con metodi antichi, sempre gli stessi da secoli. Il primo giorno bisognava preparare “l’aria”. Era uno spiazzo pianeggiante dove strappavamo tutte le stoppie e le erbacce, poi bagnavamo la terra con l’acqua, ci spargevamo della paglia e la schiacciavamo in modo che impastandosi con la terra formasse una specie di pavimento. Preparavamo la “straula”, un carro senza ruote, che sarebbe servito per portare il grano all’interno dell’aia. L’indomani mattina di buon’ora – perché il grano era meglio trasportarlo quando non era ancora molto caldo – trasportavamo il grano all’interno dell’aia fino a riempirla. A questo punto cominciava “la pisata”. Mio padre prendeva i muli, andava al centro dell’aia e incitandoli, li faceva girare in modo che cominciassero a schiacciare le spighe. I muli correvano e mio padre ogni tanto li frustava perché andassero ancora più forte. Ai bordi dell’aia ci voleva qualcuno che avvicinasse con un tridente le spighe che venivano fuori. All’inizio quando il mucchio era grande si faceva parecchia fatica ma man mano che le spighe venivano pestate diventava più semplice. Dopo un po’ mio padre si fermava, portava fuori i muli e cominciavamo a rigirare il grano in modo che la parte pestata finisse sotto e quella ancora da pestare andasse sopra, quindi rientrava nell’aia e riprendeva ad incitare i muli. Verso la fine della “pisata” cominciava a cantare “la ladata” un canto che spronava i muli e nello stesso tempo ringraziava il Signore e i Santi per il raccolto. Finita la “pisata” bisognava “spagliare” cioè separare il grano dalla paglia. Per far questo c’era bisogno del vento che alcune volte faceva i capricci e rendeva il lavoro più difficoltoso e l’attesa che soffiasse snervante. Ci si metteva uno di fianco all’altro con un foulard legato in testa e con il tridente si buttava in aria il grano e la paglia. La paglia più leggera volava ai bordi dell’aia lasciando il grano sempre più pulito. Nei giorni successivi si ammucchiavano altre spighe nell’aia e si rifacevano le stesse operazioni finché non erano finite le spighe. A questo punto dopo aver spagliato con il tridente bisognava pulire ancora più a fondo il grano e questo si faceva spagliando con un badile di legno (“pala”). Finita questa operazione il grano era ben pulito, si cominciava a riempire le bisacce, e a trasportarlo a casa. Si facevano diversi viaggi, con i muli, e le bisacce in genere venivano vuotate in una stanza trasformata in magazzino in attesa di vendere il grano a uno dei commercianti del paese. Ovviamente per tutto il periodo della “pisata” e del trasporto del grano l’aia non rimaneva mai incustodita, neanche di notte, e spesso mi capitava di rimanere a dormire in campagna, magari in compagnia di mio nonno o di mio padre. Ci preparavamo il letto all’aperto stendendo una bisaccia sul mucchio della paglia, ai bordi dell’aia, coprendoci con un pleid e con una cerata perché di notte la temperatura si abbassava e cadeva la brina. In questi casi anche la cena la consumavamo sul posto e il menù era sempre il solito (pane e companatico).
Una volta, invece, che assieme a mio nonno eravamo rimasti a custodire l’aia in località “cuazzu di la Cruci”, essendoci nelle vicinanze una fattoria abitata da pastori che conoscevamo andammo a cena da loro e ci prepararono pasta con la ricotta: l’avevano stesa su un asse e tutti mangiavano riempiendo il cucchiaio direttamente dall’asse. Uno dei pastori vedendomi un po’ esitante, si mise a ridere e dicendomi che di solito non usavano piatti ma ne prese uno e me lo riempì di pasta. La pasta era ben condita con ricotta molto buona e dopo cena, con mio nonno, tornammo verso l’aia veramente soddisfatti.
Dopo aver finito di “pesare” il grano nei vari appezzamenti di terra che avevamo e dopo averlo immagazzinato in casa, mio padre metteva da parte quello che ci sarebbe servito per fare il pane e per la semina, il resto lo vendeva. La vendita del grano, assieme a quella delle lenticchie e delle fave erano praticamente l’unica fonte di guadagno e il ricavato doveva bastare per le necessità della famiglia fino al raccolto dell’anno successivo.
In seguito anche la paglia del grano veniva trasportata, riempiendo due enormi reti di corda (“rituna”) che poi venivano legate ai due lati del mulo, trasportate verso case e immagazzinate nella “paglialora”, servivano d’inverno come foraggio per gli animali.
La paglia dei legumi invece veniva usata per alimentare il fuoco della cucina.
Possono passare tanti anni, la vita può essere piena momenti importanti, felici o di dolore, eppure spesso la mente torna ai primi anni della propria vita e sono quelli che vanno fino all’adolescenza. Per me sono gli anni che ho trascorso a Villalba (in Sicilia), il paese dove sono nato. Sono andato via molto giovane ma ci torno spesso e, soprattutto, coltivo i ricordi e la nostalgia. Da tanto penso che il “mio Paese” non esiste più o esiste solo nella mia mente eppure vi posso assicurare che esiste ed è sempre vivo e ci torno spesso ricordandomi luoghi, visi e momenti. Le persone che adesso conosco sono sempre meno e, a volte, solo i cognomi o i soprannomi mi sono familiari. La via dove abitavo è via Piave, di fronte alla “Santa Croce”. A quei tempi il paese era ancora molto popolato. Davanti casa mia la mattina e la sera passavano i contadini che a piedi o in groppa ai muli si recavano in campagna. Se si stava davanti alla porta tutti ti salutavano e bisognava salutare tutti a volte scambiando magari qualche parola. Nelle vicinanze c’era l’abbeveratoio che per noi ragazzi era un luogo dove giocare e magari bagnarsi. Le case, alla sinistra dell’abbeveratoio, erano per lo più basse e piccole abitate da persone anziane i cui nomi faccio fatica a ricordare ma ricordo i volti. Tutte le volte che torno scatto delle foto e ce ne sono alcune che pubblicherò in fondo a questo scritto che ormai sono diventate storiche. Le ho scattate nella primavera del 1983 e l’abbeveratoio e le case vicine erano come me le ricordavo io. Adesso tutto è stato trasformato, l’abbeveratoio è diventato fontana e le piccole case palazzi. Mi dispiace ma è giusto così.
C’è una cosa, a volte, più preziosa di mille parole per raccontare i ricordi ed è la fotografia e allora lascio parlare le immagini…
Chissà perché in queste prime ore del 2021 la mia mente è andata a frugare fra i ricordi più remoti dell’infanzia. Ricordi chiaramente tanto lontani ma allo stesso tempo vivi. Mi è venuto in mente, il mio paesino in Sicilia, isola nell’isola, perché tutto si svolgeva al suo interno. Per noi bambini, ma anche per gli adulti, i contatti con l’esterno erano rari se non inesistenti. L’attività principale, quasi esclusiva, della popolazione villalbese era l’agricoltura, praticata ancora in modo arcaico con attrezzature sempre uguali da secoli. I contadini si lamentavano, a ragione, delle tante fatiche e dei pochi profitti. Uno dei traguardi importanti, per ogni contadino dopo la raccolta, era quello di mettere via il grano che permettesse alla famiglia di fare il pane fino alla prossima raccolta. Di soldi ne circolavano pochissimi e il baratto era assai frequente. Mia mamma comprava la frutta dai venditori ambulanti pagandola con il grano o le fave e la “putia” accettava di darmi un quaderno in cambio di un paio di uova. Tanti avevano cominciato ad emigrare verso la Francia, la Germania, il Belgio e il nord Italia facendo giungere presto notizie (spesso non vere) dai posti dove erano emigrati di lavoro poco faticoso, di benessere, di comodità e ricchezza che facevano da stimolo per far partire gli altri. In pochi anni il paese si è svuotato. La gente che non partiva viveva la vita con fatalismo e disincanto. Una cosa però era chiara, per poter migliorare la propria vita, era necessario studiare, avere un pezzo di carta che ti avrebbe dato la possibilità di arruolarti nelle forze dell’ordine ma anche di non farti fregare dal prossimo. Mi ricordo di un vecchietto che mi diceva: “Devi leggere il dizionario e leggerlo tante volte fino ad impararlo a memoria”. Un contadino si vantava di avere imparato a memoria “I Promessi sposi” e non perdeva occasione per recitarne un brano. La zia Mariagiuseppa, nelle lunghe sere d’inverno, ci raccontava delle storie fantastiche (“cunti”) che ci tenevano attenti attorno al braciere fino all’ora di andare a letto. Le notizie che giungevano dall’esterno erano poche. C’era la radio ma non tutti l’avevano e la televisione doveva ancora venire. Si viveva sereni, contenti del poco che avevi. C’era il necessario (vitto e vestiti) e del resto non ti importava anche perché eravamo quasi tutti così. L’eccezione era l’amico benestante che poteva permettersi la bicicletta!
Correva l’anno 1983, non ero più tornato, in primavera, a Villalba (il paese dove sono nato), dopo che – nel 1969 – mi ero trasferito a Bologna. Avevo voglia di rivedere i riti della Settimana Santa al mio paese. Sono una manifestazione molto sentita e l’occasione per riprovare le emozioni di quand’ero ragazzo ma anche di fare un po’ di foto era ghiotta. Un giorno mentre mi affacciavo alla porta della casa di mia Nonna ho visto una scena che mi ha fatto sobbalzare: un contadino andava in campagna tirandosi dietro la mula e la capra. Sul mulo la sella e la bisaccia che conteneva gli attrezzi, e i generi alimentari necessari a consumare il pranzo in campagna. Era una scena ormai rara da vedere perché i muli da qualche anno erano stati, quasi del tutto, sostituiti dai motozappa che, oltre ad essere uno strumento di lavoro, erano stati trasformati in mezzi di trasporto. Sino a vent’anni prima, muli e capre erano molto diffusi. Il mulo era uno strumento di trasporto e di lavoro, la capra serviva a procurare il latte fresco per la famiglia. Erano le cose consuete della mia infanzia e la vista di quel curioso “corteo” è servito a risvegliare in me tantissimi ricordi…
Il Patrono di Villalba è San Giuseppe. Uno dei riti più antico e più sentito è quella dei “vicchiariaddi”. Era un modo col quale la gente di Villalba ringraziava San Giuseppe per avere egli esaudito un voto, o per pregarlo di fare un miracolo o di venire incontro ad un bisogno. Il voto al Santo, veniva sciolta il 19 marzo, giorno della sua festività, con un abbondante pasto offerto ad alcuni poveri, il cui numero poteva arrivare a quindici e a volte anche più, a seconda del miracolo richiesto e delle possibilità economiche di chi aveva fatto la “promessa”. Sulla tavola, veniva esposto “il pane di san Giuseppe”, tante forme di pane quanti erano “li vicchiariaddi”, tutte con la crosta lucida di bianco d’uovo spalmato e cosparsi di abbondanti semi di papavero. Ciascuna raffigurante una gamba, un braccio, una testa, a seconda degli ex voto, o anche la barba di san Giuseppe. Spesso le forme di pane riproducevano a dimensioni naturali Gesù Bambino. Col pane, venivano esposti gli altri simboli della “devozione”: una lattuga, un finocchio, un cedro, un carciofo, ecc. Così il giorno della festa di San Giuseppe qualche centinaio di poveri potevano mangiare a sazietà: pasta al sugo, uova, carne, pane a volontà, ed anche “sfingi di san Giuseppi” e “zippuli” (pezzetti di un impasto di farina condita con grasso e fritti). Alla fine dell’abbondante pasto, ogni “vicchiariaddu” portava a casa uno dei pani, una lattuga, un carciofo, un finocchio, un cedro, ecc. Questo cibo assicurava, per qualche giorno, il pasto alle famiglie povere soprattutto in considerazione del fatto che a volte più membri della stessa famiglia erano coinvolti come “vicchiariaddi”. Adesso che i poveri, bisognosi di cibo, non ci sono più il rito si è modificato ma i Villalbesi continuano a fare il voto a San Giuseppe e a preparare i pani che il giorno della festa vengono benedetti durante la messa, esposti su una grande tavola all’interno della Chiesa e poi affettati e distribuiti alla popolazione.