Nino Pracanica, il «Kuntastorie»

Agosto 2015. Pensavamo di usare Milazzo come base per alcune escursioni alle Isole Eolie! Qualcuno ci aveva detto: “A Milazzo non c’è niente!” e invece abbiamo scoperto una splendida cittadina piena di cose interessanti, in particolar modo la “Cittadella Fortificata della Città di Milazzo” meglio nota come “il Castello”.
A rendere indimenticabile, però, la nostra visita è stato l’incontro con il “Kuntastorie” Nino Pracanica. Ci ha chiamati mentre uscivamo dal Castello e incuriositi ci siamo avvicinati. Il Kuntastorie ci ha subito coinvolti recitando storie ispirate ai classici greci, alla commedia dell’Arte e ai vecchi cantastorie siciliani, indossando le innumerevoli maschere chiamate Imago (realizzate in collaborazione con la moglie Gina Privitera). Gabriella ed io abbiamo passato una mezz’ora affascinati e avvolti dalle tante parole che sgorgavano dalla bocca del bravissimo Kuntastorie. Qualche minuto ancora per guardare gli oggetti artistici e le bellissime Imago e poi via con tanta emozione e il ricordo che ci porteremo nel cuore e nella mente!!!

Leonardo Sciascia compie 100 anni

L’8 gennaio Leonardo Sciascia avrebbe compiuto 100 anni e allora lo voglio ricordare con alcune frasi di un libro che ho acquistato tanti anni fa (nel 1990) e tengo sempre a portata di mano perché è una fonte inesauribile di ricordi sulla Sicilia, quella sua e quella mia, lontana dal mare. Il libro in questione è “Occhio di Capra” ed è una raccolta di modi di dire che lo scrittore ambienta nel suo paese (Racalmuto) ma che in molti casi potrei ambientare nel mio visto che da bambino li sentivo raccontare come fossero cose accaduti in paese!
Subito nella prefazione (che lui chiama “Notizia”) mette in chiaro le cose scrivendo: «“La mia terra è sui fiumi stretta al mare”, dice Quasimodo. Parla della Sicilia, ma la sua memoria più vivida ne è il mare di Siracusa, la foce dell’Imera, i “pianori d’Acquaviva dove il Platani rotola conchiglie”. Ma la mia terra, la mia Sicilia, non ha fiumi; e dal mare è lontana come se fosse al centro di un continente». La terra di Sciascia è simile alla terra dove sono nato!
All’interno del libro e rigorosamente in ordine alfabetico comincia ad elencare ma anche a commentare i modi di dire:
«A bon’è ca si mori» (Meno male che si muore). E’ l’estrema consolazione a tutte le sventure e ai sacrifici.
«Arti di pinna» (Arte della penna, cioè dello scrivere). In un periodo in cui pochi erano riusciti a completare le elementari, saper scrivere bene era considerato estremamente difficile.
«Catuniari» (Catoneggiare). «Da Catone il Censore: e appunto dice del continuo, assillante, gratuito censurare e disapprovare di un marito, di una moglie, di una suocera. Da quale memoria è arrivata al sentire popolare la figura di Catone, dando luogo a un verbo, è un mistero.»
… e tanti altri ancora!

Quand’era in vita, ho avuto grande ammirazione per Leonardo Sciascia, ammirazione che spesso sfociava in venerazione! Ancora adesso mi capita di cercare su Youtube le sue interviste o i dibattiti a cui ha partecipato. Si tratta di quelle persone a cui vuoi bene al di là del loro ruolo di scrittore, di politico, di opinionista. Ho letto molti dei suoi libri e ho ascoltato molte delle sue interviste. Era un personaggio scomodo, difficilmente etichettabile ed inquadrabile in “categorie sociali” e questo era il suo bello!
Nel maggio del 2019 quando ho percorso a piedi «la Magna Via Francigena» e sono passato da Racalmuto sono subito andato a cercare la statua in bronzo che i concittadini hanno voluto costruire per continuare a rivederlo nei suoi gesti quotidiani. La foto ricordo in sua compagnia era obbligatoria!


Anno nuovo e ricordi antichi…

Chissà perché in queste prime ore del 2021 la mia mente è andata a frugare fra i ricordi più remoti dell’infanzia. Ricordi chiaramente tanto lontani ma allo stesso tempo vivi. Mi è venuto in mente, il mio paesino in Sicilia, isola nell’isola, perché tutto si svolgeva al suo interno. Per noi bambini, ma anche per gli adulti, i contatti con l’esterno erano rari se non inesistenti.
L’attività principale, quasi esclusiva, della popolazione villalbese era l’agricoltura, praticata ancora in modo arcaico con attrezzature sempre uguali da secoli. I contadini si lamentavano, a ragione, delle tante fatiche e dei pochi profitti. Uno dei traguardi importanti, per ogni contadino dopo la raccolta, era quello di mettere via il grano che permettesse alla famiglia di fare il pane fino alla prossima raccolta. Di soldi ne circolavano pochissimi e il baratto era assai frequente. Mia mamma comprava la frutta dai venditori ambulanti pagandola con il grano o le fave e la “putia” accettava di darmi un quaderno in cambio di un paio di uova. Tanti avevano cominciato ad emigrare verso la Francia, la Germania, il Belgio e il nord Italia facendo giungere presto notizie (spesso non vere) dai posti dove erano emigrati di lavoro poco faticoso, di benessere, di comodità e ricchezza che facevano da stimolo per far partire gli altri. In pochi anni il paese si è svuotato.
La gente che non partiva viveva la vita con fatalismo e disincanto. 
Una cosa però era chiara, per poter migliorare la propria vita, era necessario studiare, avere un pezzo di carta che ti avrebbe dato la possibilità di arruolarti nelle forze dell’ordine ma anche di non farti fregare dal prossimo. Mi ricordo di un vecchietto che mi diceva: “Devi leggere il dizionario e leggerlo tante volte fino ad impararlo a memoria”.
Un contadino si vantava di avere imparato a memoria “I Promessi sposi” e non perdeva occasione per recitarne un brano. La zia Mariagiuseppa, nelle lunghe sere d’inverno, ci raccontava delle storie fantastiche (“cunti”) che ci tenevano attenti attorno al braciere fino all’ora di andare a letto.
Le notizie che giungevano dall’esterno erano poche. C’era la radio ma non tutti l’avevano e la televisione doveva ancora venire. Si viveva sereni, contenti del poco che avevi. C’era il necessario (vitto e vestiti) e del resto non ti importava anche perché eravamo quasi tutti così. L’eccezione era l’amico benestante che poteva permettersi la bicicletta!

BUON 2021!!!

Nella foto: io in prima elementare

A proposito del Covid

Qualche tempo fa ho trovato il brano di David Grossman che pubblico qui sotto. Devo dire, sinceramente, che viste tutte le polemiche e le strumentalizzazioni che ci sono tutti i giorni sono pessimista che, passata questa epidemia, possa cambiare qualcosa. Purtroppo l’egoismo, la cattiveria e il qualunquismo sono sempre ben presenti e sono i sentimanti che prevalgono spesso! Spero lo stesso che il testo di Grossman ci aiuti a riflettere.

«La capacità di immaginare tempi migliori significa che non abbiamo ancora lasciato che l’epidemia e la paura prendano il sopravvento su di noi. C’è quindi da sperare che, quando il pericolo del contagio sarà passato e si respirerà un’atmosfera di risanamento e ripresa, la gente mostrerà una diversa disposizione di spirito: sarà pervasa da un senso di leggerezza, di nuova freschezza. Potrebbero scoprirsi per esempio gradevoli segnali di innocenza, privi di qualsiasi cinismo. E forse, per qualche tempo, saranno consentite anche manifestazioni di tenerezza. Forse capiremo che questa micidiale epidemia ci consente di liberarci di strati di grasso, di laida avidità, di pensieri grossolani e rozzi, di un’abbondanza divenuta ormai eccesso che comincia a soffocarci» (David Grossman)

Il set…

Il progetto, che potrebbe portare a una pubblicazione, è quello di mettere assieme i racconti di Maria Grazia Sessa e le fotografie di Salvatore Lumia 

Nella sala dello studio televisivo in cui si trovava il fotografo per essere intervistato non era arrivato ancora nessuno. Il set era già allestito. Lui fu colpito dalla linearità del design che spiccava nella penombra, ancora i fari non erano accesi, solo una luce di cortesia illuminava il palcoscenico. La regia aveva collocato davanti allo sfondo dello scenario due sedie di arredamento minimalista, accanto ad esse un tavolo  spartano sopra il quale erano posti un microfono, due bicchieri ed una bottiglia d’acqua. Insomma tutto era pronto per iniziare la sua intervista e lui era emozionato, finalmente avrebbe parlato ad un vasto pubblico, quello della televisione, delle sue “Foto di strada”, una serie di scatti spontanei creati qua e là durante il suo percorso di ricerca fotografica nei vari paesi del mondo, visitati durante il corso degli anni.Questo tipo di foto, quella di strada, gli piaceva molto, cogliere le situazioni e le scene di vita delle persone, gli sguardi spontanei, le espressioni del viso della gente, così eloquenti del loro stato d’animo, questi erano i suoi temi preferiti, adesso ne poteva parlare in pubblico e raccontare le sue esperienze fotografiche e forse ne sarebbe nato anche un libro, una raccolta che parla dei popoli solo attraverso le sue fotografie, sarebbe stato fantastico. Mentre aspettava che regista e cameramen arrivassero, pensò che gli sarebbe piaciuto scattare una foto di se stesso lì, seduto su quella sedia e immerso in quel palcoscenico, tuttavia trovò magica l’atmosfera creata dalle luci e ombre di quel momento, misti al silenzio e a quel design così semplice ma così comunicativo della sua filosofia fotografica che decise di scegliere per la sua copertina del libro quella scena, l’assenza in presenza, perché no? E così inquadrò la scena senza il protagonista è scattò.

I sogni, che spettacolo!

di Simone Lumia

Non è sempre vero, purtroppo, che i sogni li puoi ricordare solo scrivendoli, appena sveglio. Ce ne sono alcuni per i quali avresti bisogno di un fotografo, di un pittore, di un disegnatore, e anche di un regista. In fondo, la nostra testa, almeno per qualche minuto, riesce ad essere tutte queste cose, concedendo questo spettacolo inedito solo a noi stessi, come se fosse una proiezione strettamente privata, di cui si perde il nastro subito dopo la proiezione. Ci sono sogni che fanno ridere, di gusto, perché ti è appena stata detta una battuta che nel sogno fa ridere, e che nella vita normale non significa niente. I sogni sono un documentario sulla nostra vita. Sono un racconto breve su un episodio singolo, mai avvenuto ma pieno di dettagli veri, montati con una fantasia incredibile e non ripetibile. Uno spezzone a cui sono temporaneamente invitati personaggi che della nostra vita fanno o hanno fatto parte, pescati da un archivio che contiene migliaia di nomi, cognomi, facce e ruoli. Si va a dormire, la sera, e non si sa mai a quale proiezione privata assisteremo. Cosa c’è di più bello? Bonjour

SPAGNA

La Spagna è l’unica nazione in cui non mi sono mai sentito straniero. Da siciliano ci ho trovato affinità linguistiche ma anche culinarie, culturali e religiose. D’altra parte il paese dove sono nato si chiama “Villalba” e le montagne che lo sovrastano “Serre”. Poi, nel dialetto, ci sono tane parole che provengono dallo spagnolo (ad esempio gastima da làstima, pignata da pinàda, cucchiara da cuchara, scupetta da escopeta, manta da manta, anciova da anxova, fastuchi da festuc, abbuccari da abocar, addunarisi da adonar-se, affruntàrisi da afrontar-se; capuliari da capolar, priàrisi da prear-se, sgarrari da esgarrar, nzirtari da encertar e tante altre ancora).
Nel 2009 sono andato a Siviglia alla ricerca delle radici dei riti della Settimana Santa in Sicilia. Era chiaro partecipando alle manifestazioni religiose siciliane che si ispiravano al periodo delle dominazioni spagnole. La mia curiosità ha trovato parecchie conferme anche se tutto era un po’ esagerato. Ho avuto l’impressione che si era persa, in buona parte, la religiosità e l’emozione che ancora si riscontra in Sicilia e che tutto sia diventato folklore. Il fatto poi che in alcune vie della città, dove passava la processione, avessero allestito delle tribune (a pagamento) dalle quali si poteva vedere la processione ha aumentato la mia delusione.
Ho successivamente visitato Granada (che ho trovato spettacolare), Madrid, Barcellona e Valencia.
Lascio che a parlare siano le foto anche se sicuramente non riusciranno a raccontare le emozioni provate… (https://salvatorelumiafotografie.org/spagna/)

La foto è stata scattata a Real Alcázar di Siviglia e raffigura «I Bagni di Donna Maria di Padilla».

Magna Via Francigena

3 -10 maggio 2019
da PALERMO ad AGRIGENTO… la SICILIA da mare a mare

Dopo aver percorso nel 2018 «Il Cammino degli Dei» da Bologna a Firenze, in compagnia di alcuni amici, mi è venuta l’idea di partecipare a questo Cammino in Sicilia. La verità è che per me tutte le occasioni sono buone per tornare in Sicilia. Inoltre, mi intrigava l’idea di poter fare un Cammino che ci permettesse di visitare luoghi e territori lontani da quelli visitati dal turismo di massa.
Venerdì 3 maggio insieme al mio compagno di avventura Mauro, siamo arrivati a Palermo. Avevamo deciso (anche su consiglio dell’organizzazione) di non partire da Palermo ma di portarci in pullman a Piana degli Albanesi da dove partire per Santa Cristina Gela per una tappa di 6 km. Così la prima tappa è stata veramente una passeggiata ma ci siamo rifatti abbondantemente il secondo giorno da Santa Cristina Gela a Corleone.
Le condizioni atmosferiche erano pessime, pioveva e sul percorso c’era parecchio fango. Si faceva fatica a camminare e un paio di volte abbiamo sbagliato strada. Soprattutto nella parte finale ci siamo trovati a percorrere un tratto in salita ripida e su un sentiero fangoso difficile da percorrere (a quel punto avevamo già percorso più di 30 km) che ci ha veramente messo alla prova. Siamo arrivati a Corleone stremati e completamente bagnati e pieni di fango. Se è vero che il buongiorno si vede al mattino c’era da essere preoccupati.
Le altre tappe sono andate meglio, il percorso non era sempre ben segnalato ma ci aiutavano le mappe predisposte dall’organizzazione (scaricabili sul cellulare). I paesi erano tutti belli e arrivando nel primo pomeriggio abbiamo avuto modo di visitarli. Prizzi, Castronovo, Cammarata, Sutera, Racalmuto (il paese di Leonardo Sciascia), Grotte.
In tutti i paesi abbiamo avuto modo di rifocillarci degustando i piatti della cucina siciliana e bevendo del buon vino. La sera a cena ci si incontrava con gli altri pellegrini e ci i scambiava pareri ed emozioni.
Arrivati a Grotte mancavano due tappe ma noi, probabilmente sottovalutando le difficoltà, avevamo deciso di percorrerle nello stesso giorno. Il tempo era decisamente cambiato e adesso faceva caldo e il sole bruciava la pelle. I chilometri dell’ultima megatappa che non avevamo considerato intorno ai 32 sono diventati 36,5 ma soprattutto quando pensavamo di essere arrivati ad Agrigento ci siamo ritrovati ad affrontare una salita davvero impegnativa. La fatica si faceva sentire e abbiamo dovuto stringere i denti per arrivare al Duomo di Agrigento.
Adesso ci aspettavano due giorni di relax prima di riprendere l’aereo per tornare a casa.
Sabato mattina una puntata a Scala dei Turchi e la possibilità di un bagno ritemprante anche se freddo.
Dal treno che ci ha portati a Palermo riguardiamo i paesaggi che avevamo visto camminando a piedi e cominciamo ad riordinare i tanti ricordi che avevamo accumulato in questo affascinante Cammino.
Tanta fatica, tanta emozione e la sensazione che camminare è il modo migliore per visitare il mondo!

Le nostre tappe
1. ven. 3/5: Piana Albanesi > Santa Cristina Gela (6,2 km)
2. sab. 4/5: Santa Cristina Gela > Corleone (34,4 km)
3. dom. 5/5: Corleone > Prizzi (20,7 km)
4. lun. 6/5: Prizzi > Castronovo di Sicilia (25,3 km)
5. mar. 7/5: Castronovo > Cammarata/San Giovanni G. (13,3 km)
6. merc. 8/5: Cammarata/San Giovanni Gemini > Sutera (22,7 km)
7. giov. 9/5: Sutera > Racalmuto/Grotte (34,9 km)
8. ven. 10/5: Grotte > Joppolo Giancaxio > Agrigento (36,5 km)

Concita De Gregorio, «Chi sono io?»

Ho letto, qualche tempo fa, «Chi sono io? Autoritratti, identità, reputazione», bellissimo libro di Concita De Gregorio.
Sulla copertina, sotto il titolo c’è scritto: «Chi fotografa vede il mondo e attraverso il suo sguardo lo racconta. La sua materia prima è il tempo; sceglie anche cosa ritrarre, ma soprattutto sceglie quando”.
Nel libro l’autrice racconta della fotografia al femminile e soprattutto dell’esigenza, prettamente femminile, di conoscersi e raccontarsi attraverso l’autoritratto.
Ha incontrato e conversato con alcune giovani fotografe (Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci) e ha chiesto delle loro fotografie. Le risposte portano soprattutto alla famiglia, alla madre, all’infanzia, alla solitudine, alla paura… 
Concita De Gregorio conclude la presentazione al suo libro con queste parole: «L’autoritratto è la medicina al male di vivere. Il consenso è accidentale, irrilevante. Questo lavoro è iniziato così».

Ho scattato la foto di Concita De Gregorio al Festival «Rep, Repubblica delle Idee», 2019

Kataklò: quando la danza diventa magia

Ho assistito, quasi per caso, la scorsa estate ad uno spettacolo di questo splendido gruppo. Naturalmente avevo con me la fotocamera e, anche se in posizione scomoda, ho scattato un po’ di foto. Confesso che non li conoscevo e mi sono entusiasmato. In seguito ho scoperto che «è una compagnia italiana di danza acrobatica fondata dall’ex finalista olimpica Giulia Staccioli, regista, coreografa e direttrice artistica della compagnia. Il nome Kataklò viene dal greco antico e significa “io ballo piegandomi e contorcendomi”. Lo stile di Kataklò si basa sulla preparazione atletica e sulla tecnica di danza degli interpreti, che praticano un impegnativo allenamento fisico». (https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10216737508342318&type=3)

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