Concita De Gregorio, «Chi sono io?»

Ho letto, qualche tempo fa, «Chi sono io? Autoritratti, identità, reputazione», bellissimo libro di Concita De Gregorio.
Sulla copertina, sotto il titolo c’è scritto: «Chi fotografa vede il mondo e attraverso il suo sguardo lo racconta. La sua materia prima è il tempo; sceglie anche cosa ritrarre, ma soprattutto sceglie quando”.
Nel libro l’autrice racconta della fotografia al femminile e soprattutto dell’esigenza, prettamente femminile, di conoscersi e raccontarsi attraverso l’autoritratto.
Ha incontrato e conversato con alcune giovani fotografe (Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci) e ha chiesto delle loro fotografie. Le risposte portano soprattutto alla famiglia, alla madre, all’infanzia, alla solitudine, alla paura… 
Concita De Gregorio conclude la presentazione al suo libro con queste parole: «L’autoritratto è la medicina al male di vivere. Il consenso è accidentale, irrilevante. Questo lavoro è iniziato così».

Ho scattato la foto di Concita De Gregorio al Festival «Rep, Repubblica delle Idee», 2019

Kataklò: quando la danza diventa magia

Ho assistito, quasi per caso, la scorsa estate ad uno spettacolo di questo splendido gruppo. Naturalmente avevo con me la fotocamera e, anche se in posizione scomoda, ho scattato un po’ di foto. Confesso che non li conoscevo e mi sono entusiasmato. In seguito ho scoperto che «è una compagnia italiana di danza acrobatica fondata dall’ex finalista olimpica Giulia Staccioli, regista, coreografa e direttrice artistica della compagnia. Il nome Kataklò viene dal greco antico e significa “io ballo piegandomi e contorcendomi”. Lo stile di Kataklò si basa sulla preparazione atletica e sulla tecnica di danza degli interpreti, che praticano un impegnativo allenamento fisico». (https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10216737508342318&type=3)

Foto e racconti a quattro mani: “Com’è triste Venezia”

Il progetto, che potrebbe portare a una pubblicazione, è quello di mettere assieme i racconti di Maria Grazia Sessa e le fotografie di Salvatore Lumia 

Era ormeggiata accanto alle altre in uno dei canali della laguna. Il fotografo passeggiava sulla terraferma in cerca di spunti per i suoi scatti nella città più romantica al mondo. Eros era il nome della gondola e attirò subito la sua attenzione. Tuttavia un senso di tristezza invase il suo pensiero. Le acque del rio erano luccicanti, i palazzi vi si specchiavano e la gondola era lì, quasi sospesa sulla superficie, ma vuota. Né il gondoliere, né una coppia di amanti, pensò: chi sale su una gondola dal nome Eros se non due innamorati. Forse era stata appena ormeggiata ed erano scesi gli ultimi passeggeri. Il gondoliere probabilmente era in pausa caffè. Era intenzione del fotografo cogliere il momento in cui questo scenario fosse completo. Voleva aspettare, certo che sarebbe arrivato qualcuno. La gondola era pronta per navigare, non aveva la copertura, quindi era di servizio. Aveva deciso di aspettare un po’.Passeggiava da un ponte all’altro in attesa che la gondola si abitasse. La sua immaginazione vagava: vi salirà una coppia di sposi in viaggio di nozze? Oppure due coniugi che festeggiano il loro anniversario? Forse una coppia di turisti in visita a Venezia. Chissà. Per lui comunque non poteva essere altro che una coppia di amanti. Attese per ore, ma non arrivò nessuno, nemmeno il gondoliere. Chiese ad un passante, la risposta fu più triste della scena: c’è il coronavirus in giro, chi vuole che salga su una gondola per adesso? Allora decise di cogliere la desolazione di questo periodo di pandemia con un simbolo: la gondola dell’amore, vuota in vana attesa di clienti, e scattò.

C’era una volta

Correva l’anno 1983, non ero più tornato, in primavera, a Villalba (il paese dove sono nato), dopo che – nel 1969 – mi ero trasferito a Bologna.
Avevo voglia di rivedere i riti della Settimana Santa al mio paese. Sono una manifestazione molto sentita e l’occasione per riprovare le emozioni di quand’ero ragazzo ma anche di fare un po’ di foto era ghiotta.
Un giorno mentre mi affacciavo alla porta della casa di mia Nonna ho visto una scena che mi ha fatto sobbalzare: un contadino andava in campagna tirandosi dietro la mula e la capra. Sul mulo la sella e la bisaccia che conteneva gli attrezzi, e i generi alimentari necessari a consumare il pranzo in campagna. Era una scena ormai rara da vedere perché i muli da qualche anno erano stati, quasi del tutto, sostituiti dai motozappa che, oltre ad essere uno strumento di lavoro, erano stati trasformati in mezzi di trasporto. Sino a vent’anni prima, muli e capre erano molto diffusi. Il mulo era uno strumento di trasporto e di lavoro, la capra serviva a procurare il latte fresco per la famiglia. Erano le cose consuete della mia infanzia e la vista di quel curioso “corteo” è servito a risvegliare in me tantissimi ricordi…

Tecnica e fotografia

Non sono un maniaco della tecnica fotografica e probabilmente le mie foto sono piene di difetti. Considero che la tecnica deve aiutare a far venire fuori il meglio in una fotografia ma non può essere il metro di giudizio. Giorni fa su facebook ho letto un commento, su un gruppo per fotoamatori, in cui davanti a un bel ritratto un fotografo esclamava: «Si è bello però la messa a fuoco mi sembra più sulle sopracciglia».
Ad avvalorare il mio pensiero mi viene in soccorso la frase di Roland Barthes quando dice: «La foto mi colpisce se io la tolgo dal suo solito bla-bla: tecnica, realtà, reportage, arte, ecc. Non dire niente, chiudere gli occhi, lasciare che il particolare risalga da solo alla coscienza affettiva».
Piuttosto che sentire che una mia foto è ben fatta tecnicamente preferisco il lusinghiero giudizio di Paola Maccioni che, a commento di una mia foto, ha scritto. «Ho sempre pensato che la parola fosse l’unico e quasi insostituibile strumento della comunicazione che trascendesse la realtà. Questa foto mi ha dimostrato il contrario. Grazie».

Foto e racconti a quattro mani: “Bologna, Via Santo Stefano”

Il progetto, che potrebbe portare a una pubblicazione, è quello di mettere assieme i racconti di Maria Grazia Sessa e le fotografie di Salvatore Lumia 

Camminava con lo sguardo basso rasentando il muro, assorta nei suoi pensieri, la sua ombra la seguiva. Il sole si stava alzando e illuminava il loggiato, una luce calda sembrava disegnare sui muri la sagoma degli archi che accompagnavano il percorso della donna. Lei incurante della magica atmosfera intorno a sé procedeva inarrestabile. Avrebbe risolto il suo problema? I dubbi e le perplessità si sarebbero appianati? Così procedendo non si accorse nemmeno che era seguita da un fotografo a caccia di uno scatto che catturasse quel momento luminoso insolito. In fondo alcuni passanti ammiravano le motociclette parcheggiate, ma la donna non li vedeva, continuava a camminare come avvolta in un misterioso alone impenetrabile. E così il fotografo decise di inquadrare il loggiato illuminato dalla calda luce solare, e includere nella scena anche lei, la sconosciuta donna con la sua ombra, e scattò. 

Perché fotografo…

Mi sono avvicinato alla fotografia più di 40 anni fa e l’intento era quello di documentare e registrare momenti ed eventi che mi sarebbero serviti, in futuro, a rinnovare il ricordo e le emozioni provate. Erano momenti importanti della mia vita, il lavoro, la famiglia, i bambini… e le occasioni fotografiche erano tante. Mi sono subito appassionato e ho sentito il bisogno di ampliare le occasioni fotografiche. Presto, come tanti altri a quei tempi, mi sono avvicinato al bianco e nero e soprattutto alla camera oscura. Ci passavo le mie ore libere e la magia di vedere emergere l’immagine si rinnovava tutte le volte. La pellicola aveva un suo fascino e fare le foto era più complesso di adesso. Bisognava avere delle basi tecniche (l’esposizione, la messa a fuoco, la profondità di campo, la risoluzione, ecc.) e si scattava senza vedere subito il risultato. Si aveva meno possibilità di scattare tante foto perché la pellicola costava. Col tempo ho potuto constatare che la quantità di foto “buone” era molto più alta di quelle che si producono con il digitale. Per fare un esempio, ho fatto un viaggio in Marocco, nel 1998, e ho scattato 432 diapositive, 72 negativi a colori e 144 negativi in bianco e nero (648 foto in totale). Tempo fa le ho scansionate e sono riuscito a selezionare circa 150 foto “buone”. Adesso, in un viaggio, si scattano 600 foto al giorno che per un viaggio di 10 giorni sono 6000 foto ma al momento di selezionarle si è fortunati se si riesce a sceglierne 150. Comunque scatto in digitale e ho abbandonato le macchine analogiche, che adesso fanno bella mostra in una vetrinetta, e sostituito la camera oscura con il computer. Ogni tanto mi prende la malinconia, mi piacerebbe caricare un rullino, scattare le foto, magari in bianco e nero, svilupparle e stamparle in camera oscura ma poi mi accorgo che più che un desiderio è un sogno ed esco con la mia digitale!

La foto è stata scattata nella Valle dell’Ourika, in Marocco, nel 1998.

Villalba (CL): “li vicchiariaddi” (i poverelli)

Il Patrono di Villalba è San Giuseppe. Uno dei riti più antico e più sentito è quella dei  “vicchiariaddi”. Era un modo col quale la gente di Villalba ringraziava San Giuseppe per avere egli esaudito un voto, o per pregarlo di fare un miracolo o di venire incontro ad un bisogno. Il voto al Santo, veniva sciolta il 19 marzo, giorno della sua festività, con un abbondante pasto offerto ad alcuni poveri, il cui numero poteva arrivare a quindici e a volte anche più, a seconda del miracolo richiesto e delle possibilità economiche di chi aveva fatto la “promessa”.
Sulla tavola, veniva esposto “il pane di san Giuseppe”, tante forme di pane quanti erano “li vicchiariaddi”, tutte con la crosta lucida di bianco d’uovo spalmato e cosparsi di abbondanti semi di papavero. Ciascuna raffigurante una gamba, un braccio, una testa, a seconda degli ex voto, o anche la barba di san Giuseppe.
Spesso le forme di pane riproducevano a dimensioni naturali Gesù Bambino. Col pane, venivano esposti gli altri simboli della “devozione”: una lattuga, un finocchio, un cedro, un carciofo, ecc.
Così il giorno della festa di San Giuseppe qualche centinaio di poveri potevano mangiare a sazietà: pasta al sugo, uova, carne, pane a volontà, ed anche “sfingi di san Giuseppi” e “zippuli” (pezzetti di un impasto di farina condita con grasso e fritti).
Alla fine dell’abbondante pasto, ogni “vicchiariaddu” portava a casa uno dei pani, una lattuga, un carciofo, un finocchio, un cedro, ecc.
Questo cibo assicurava, per qualche giorno, il pasto alle famiglie povere soprattutto in considerazione del fatto che a volte più membri della stessa famiglia erano coinvolti come “vicchiariaddi”.
Adesso che i poveri, bisognosi di cibo, non ci sono più il rito si è modificato ma i Villalbesi continuano a fare il voto a San Giuseppe e a preparare i pani che il giorno della festa vengono benedetti durante la messa,  esposti su una grande tavola all’interno della Chiesa e poi affettati e distribuiti alla popolazione.

Foto e racconti a quattro mani: “Marocco, Essauira”

Il progetto, che potrebbe portare a una pubblicazione, è quello di mettere assieme i racconti di Maria Grazia Sessa e le fotografie di Salvatore Lumia 

All’imbrunire le strette vie della città di Essauira in Marocco si erano spopolate. Il fotografo andava a caccia di soggetti per qualche scatto in quella penombra che era invitante, ma non c’era nessuno. Improvvisamente vide incedere lentamente davanti a sé un anziano, indossava una tunica bianca, sulla testa lo jebba, tipico copricapo locale, appoggiava la mano sinistra ad un bastone rustico intarsiato con figure di pesci e col braccio destro cercava sostegno sul muro. Sembrava stanco, o forse non aveva forze sufficienti.Il fotografo fu colpito dal contrasto dei colori, tunica e jebba bianchi contro gli scuri muri della via immersi nella penombra. Decise di effettuare prima lo scatto per non farsi sfuggire quella combinazione così insolita e poi si avvicinò all’anziano per aiutarlo a raggiungere la sua abitazione.

Bielorussia, una foto e una storia

BIELORUSSIA (2003)

Anche questa foto merita, a mio parere, come introduzione lo scritto di Leonardo Sciascia: «È stato detto, ed è vero, che non c’è fotografia che nel giro di pochi anni non diventi bella per quel che vi si cristallizza di nostalgia, di rimpianto, di sentimento personale o collettivo».
Sono a spasso per il villaggio di Nivki, nella provincia di Gomel, in Bielorussia. Il villaggio, come molti villaggi della zona, è praticamente deserto: qualche animale da cortile o qualche cane si aggirano per le strade quasi sempre sterrate. All’improvviso vedo una donna verniciare il portone della sua casa di legno. Ha le mani sporche di vernice verde e faccio fatica a capire se ha un pennello o se vernicia con le mani. Poco lontano un uomo seduto su una panchina è assorto nei suoi pensieri e guarda lontano. Nei pressi un cane cammina per strada. Prendo subito la fotocamera e scatto alcune foto ai tre personaggi quando con mio stupore si compone la scena: la donna scende dalla scala e si mette a sedere sulla panchina vicino all’uomo e subito cominciano a chiacchierare, il cane si mette in mezzo a loro quasi ad invitarmi a scattare. Non mi faccio di certo pregare e, prima che loro si accorgano della mia presenza, metto a fuoco e scatto.
A distanza di tanti anni riguardo la foto e si rinnovano in me i ricordi dell’emozione provata nel registrare la scena ma anche delle cose fatte in quel viaggio in luoghi tristemente famosi perché coinvolti nella tragedia dell’esplosione nucleare di Chernobyl.

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