A proposito del Covid

Qualche tempo fa ho trovato il brano di David Grossman che pubblico qui sotto. Devo dire, sinceramente, che viste tutte le polemiche e le strumentalizzazioni che ci sono tutti i giorni sono pessimista che, passata questa epidemia, possa cambiare qualcosa. Purtroppo l’egoismo, la cattiveria e il qualunquismo sono sempre ben presenti e sono i sentimanti che prevalgono spesso! Spero lo stesso che il testo di Grossman ci aiuti a riflettere.

«La capacità di immaginare tempi migliori significa che non abbiamo ancora lasciato che l’epidemia e la paura prendano il sopravvento su di noi. C’è quindi da sperare che, quando il pericolo del contagio sarà passato e si respirerà un’atmosfera di risanamento e ripresa, la gente mostrerà una diversa disposizione di spirito: sarà pervasa da un senso di leggerezza, di nuova freschezza. Potrebbero scoprirsi per esempio gradevoli segnali di innocenza, privi di qualsiasi cinismo. E forse, per qualche tempo, saranno consentite anche manifestazioni di tenerezza. Forse capiremo che questa micidiale epidemia ci consente di liberarci di strati di grasso, di laida avidità, di pensieri grossolani e rozzi, di un’abbondanza divenuta ormai eccesso che comincia a soffocarci» (David Grossman)

Il set…

Il progetto, che potrebbe portare a una pubblicazione, è quello di mettere assieme i racconti di Maria Grazia Sessa e le fotografie di Salvatore Lumia 

Nella sala dello studio televisivo in cui si trovava il fotografo per essere intervistato non era arrivato ancora nessuno. Il set era già allestito. Lui fu colpito dalla linearità del design che spiccava nella penombra, ancora i fari non erano accesi, solo una luce di cortesia illuminava il palcoscenico. La regia aveva collocato davanti allo sfondo dello scenario due sedie di arredamento minimalista, accanto ad esse un tavolo  spartano sopra il quale erano posti un microfono, due bicchieri ed una bottiglia d’acqua. Insomma tutto era pronto per iniziare la sua intervista e lui era emozionato, finalmente avrebbe parlato ad un vasto pubblico, quello della televisione, delle sue “Foto di strada”, una serie di scatti spontanei creati qua e là durante il suo percorso di ricerca fotografica nei vari paesi del mondo, visitati durante il corso degli anni.Questo tipo di foto, quella di strada, gli piaceva molto, cogliere le situazioni e le scene di vita delle persone, gli sguardi spontanei, le espressioni del viso della gente, così eloquenti del loro stato d’animo, questi erano i suoi temi preferiti, adesso ne poteva parlare in pubblico e raccontare le sue esperienze fotografiche e forse ne sarebbe nato anche un libro, una raccolta che parla dei popoli solo attraverso le sue fotografie, sarebbe stato fantastico. Mentre aspettava che regista e cameramen arrivassero, pensò che gli sarebbe piaciuto scattare una foto di se stesso lì, seduto su quella sedia e immerso in quel palcoscenico, tuttavia trovò magica l’atmosfera creata dalle luci e ombre di quel momento, misti al silenzio e a quel design così semplice ma così comunicativo della sua filosofia fotografica che decise di scegliere per la sua copertina del libro quella scena, l’assenza in presenza, perché no? E così inquadrò la scena senza il protagonista è scattò.

I sogni, che spettacolo!

di Simone Lumia

Non è sempre vero, purtroppo, che i sogni li puoi ricordare solo scrivendoli, appena sveglio. Ce ne sono alcuni per i quali avresti bisogno di un fotografo, di un pittore, di un disegnatore, e anche di un regista. In fondo, la nostra testa, almeno per qualche minuto, riesce ad essere tutte queste cose, concedendo questo spettacolo inedito solo a noi stessi, come se fosse una proiezione strettamente privata, di cui si perde il nastro subito dopo la proiezione. Ci sono sogni che fanno ridere, di gusto, perché ti è appena stata detta una battuta che nel sogno fa ridere, e che nella vita normale non significa niente. I sogni sono un documentario sulla nostra vita. Sono un racconto breve su un episodio singolo, mai avvenuto ma pieno di dettagli veri, montati con una fantasia incredibile e non ripetibile. Uno spezzone a cui sono temporaneamente invitati personaggi che della nostra vita fanno o hanno fatto parte, pescati da un archivio che contiene migliaia di nomi, cognomi, facce e ruoli. Si va a dormire, la sera, e non si sa mai a quale proiezione privata assisteremo. Cosa c’è di più bello? Bonjour

SPAGNA

La Spagna è l’unica nazione in cui non mi sono mai sentito straniero. Da siciliano ci ho trovato affinità linguistiche ma anche culinarie, culturali e religiose. D’altra parte il paese dove sono nato si chiama “Villalba” e le montagne che lo sovrastano “Serre”. Poi, nel dialetto, ci sono tane parole che provengono dallo spagnolo (ad esempio gastima da làstima, pignata da pinàda, cucchiara da cuchara, scupetta da escopeta, manta da manta, anciova da anxova, fastuchi da festuc, abbuccari da abocar, addunarisi da adonar-se, affruntàrisi da afrontar-se; capuliari da capolar, priàrisi da prear-se, sgarrari da esgarrar, nzirtari da encertar e tante altre ancora).
Nel 2009 sono andato a Siviglia alla ricerca delle radici dei riti della Settimana Santa in Sicilia. Era chiaro partecipando alle manifestazioni religiose siciliane che si ispiravano al periodo delle dominazioni spagnole. La mia curiosità ha trovato parecchie conferme anche se tutto era un po’ esagerato. Ho avuto l’impressione che si era persa, in buona parte, la religiosità e l’emozione che ancora si riscontra in Sicilia e che tutto sia diventato folklore. Il fatto poi che in alcune vie della città, dove passava la processione, avessero allestito delle tribune (a pagamento) dalle quali si poteva vedere la processione ha aumentato la mia delusione.
Ho successivamente visitato Granada (che ho trovato spettacolare), Madrid, Barcellona e Valencia.
Lascio che a parlare siano le foto anche se sicuramente non riusciranno a raccontare le emozioni provate… (https://salvatorelumiafotografie.org/spagna/)

La foto è stata scattata a Real Alcázar di Siviglia e raffigura «I Bagni di Donna Maria di Padilla».

Magna Via Francigena

3 -10 maggio 2019
da PALERMO ad AGRIGENTO… la SICILIA da mare a mare

Dopo aver percorso nel 2018 «Il Cammino degli Dei» da Bologna a Firenze, in compagnia di alcuni amici, mi è venuta l’idea di partecipare a questo Cammino in Sicilia. La verità è che per me tutte le occasioni sono buone per tornare in Sicilia. Inoltre, mi intrigava l’idea di poter fare un Cammino che ci permettesse di visitare luoghi e territori lontani da quelli visitati dal turismo di massa.
Venerdì 3 maggio insieme al mio compagno di avventura Mauro, siamo arrivati a Palermo. Avevamo deciso (anche su consiglio dell’organizzazione) di non partire da Palermo ma di portarci in pullman a Piana degli Albanesi da dove partire per Santa Cristina Gela per una tappa di 6 km. Così la prima tappa è stata veramente una passeggiata ma ci siamo rifatti abbondantemente il secondo giorno da Santa Cristina Gela a Corleone.
Le condizioni atmosferiche erano pessime, pioveva e sul percorso c’era parecchio fango. Si faceva fatica a camminare e un paio di volte abbiamo sbagliato strada. Soprattutto nella parte finale ci siamo trovati a percorrere un tratto in salita ripida e su un sentiero fangoso difficile da percorrere (a quel punto avevamo già percorso più di 30 km) che ci ha veramente messo alla prova. Siamo arrivati a Corleone stremati e completamente bagnati e pieni di fango. Se è vero che il buongiorno si vede al mattino c’era da essere preoccupati.
Le altre tappe sono andate meglio, il percorso non era sempre ben segnalato ma ci aiutavano le mappe predisposte dall’organizzazione (scaricabili sul cellulare). I paesi erano tutti belli e arrivando nel primo pomeriggio abbiamo avuto modo di visitarli. Prizzi, Castronovo, Cammarata, Sutera, Racalmuto (il paese di Leonardo Sciascia), Grotte.
In tutti i paesi abbiamo avuto modo di rifocillarci degustando i piatti della cucina siciliana e bevendo del buon vino. La sera a cena ci si incontrava con gli altri pellegrini e ci i scambiava pareri ed emozioni.
Arrivati a Grotte mancavano due tappe ma noi, probabilmente sottovalutando le difficoltà, avevamo deciso di percorrerle nello stesso giorno. Il tempo era decisamente cambiato e adesso faceva caldo e il sole bruciava la pelle. I chilometri dell’ultima megatappa che non avevamo considerato intorno ai 32 sono diventati 36,5 ma soprattutto quando pensavamo di essere arrivati ad Agrigento ci siamo ritrovati ad affrontare una salita davvero impegnativa. La fatica si faceva sentire e abbiamo dovuto stringere i denti per arrivare al Duomo di Agrigento.
Adesso ci aspettavano due giorni di relax prima di riprendere l’aereo per tornare a casa.
Sabato mattina una puntata a Scala dei Turchi e la possibilità di un bagno ritemprante anche se freddo.
Dal treno che ci ha portati a Palermo riguardiamo i paesaggi che avevamo visto camminando a piedi e cominciamo ad riordinare i tanti ricordi che avevamo accumulato in questo affascinante Cammino.
Tanta fatica, tanta emozione e la sensazione che camminare è il modo migliore per visitare il mondo!

Le nostre tappe
1. ven. 3/5: Piana Albanesi > Santa Cristina Gela (6,2 km)
2. sab. 4/5: Santa Cristina Gela > Corleone (34,4 km)
3. dom. 5/5: Corleone > Prizzi (20,7 km)
4. lun. 6/5: Prizzi > Castronovo di Sicilia (25,3 km)
5. mar. 7/5: Castronovo > Cammarata/San Giovanni G. (13,3 km)
6. merc. 8/5: Cammarata/San Giovanni Gemini > Sutera (22,7 km)
7. giov. 9/5: Sutera > Racalmuto/Grotte (34,9 km)
8. ven. 10/5: Grotte > Joppolo Giancaxio > Agrigento (36,5 km)

Concita De Gregorio, «Chi sono io?»

Ho letto, qualche tempo fa, «Chi sono io? Autoritratti, identità, reputazione», bellissimo libro di Concita De Gregorio.
Sulla copertina, sotto il titolo c’è scritto: «Chi fotografa vede il mondo e attraverso il suo sguardo lo racconta. La sua materia prima è il tempo; sceglie anche cosa ritrarre, ma soprattutto sceglie quando”.
Nel libro l’autrice racconta della fotografia al femminile e soprattutto dell’esigenza, prettamente femminile, di conoscersi e raccontarsi attraverso l’autoritratto.
Ha incontrato e conversato con alcune giovani fotografe (Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci) e ha chiesto delle loro fotografie. Le risposte portano soprattutto alla famiglia, alla madre, all’infanzia, alla solitudine, alla paura… 
Concita De Gregorio conclude la presentazione al suo libro con queste parole: «L’autoritratto è la medicina al male di vivere. Il consenso è accidentale, irrilevante. Questo lavoro è iniziato così».

Ho scattato la foto di Concita De Gregorio al Festival «Rep, Repubblica delle Idee», 2019

Kataklò: quando la danza diventa magia

Ho assistito, quasi per caso, la scorsa estate ad uno spettacolo di questo splendido gruppo. Naturalmente avevo con me la fotocamera e, anche se in posizione scomoda, ho scattato un po’ di foto. Confesso che non li conoscevo e mi sono entusiasmato. In seguito ho scoperto che «è una compagnia italiana di danza acrobatica fondata dall’ex finalista olimpica Giulia Staccioli, regista, coreografa e direttrice artistica della compagnia. Il nome Kataklò viene dal greco antico e significa “io ballo piegandomi e contorcendomi”. Lo stile di Kataklò si basa sulla preparazione atletica e sulla tecnica di danza degli interpreti, che praticano un impegnativo allenamento fisico». (https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10216737508342318&type=3)

Foto e racconti a quattro mani: “Com’è triste Venezia”

Il progetto, che potrebbe portare a una pubblicazione, è quello di mettere assieme i racconti di Maria Grazia Sessa e le fotografie di Salvatore Lumia 

Era ormeggiata accanto alle altre in uno dei canali della laguna. Il fotografo passeggiava sulla terraferma in cerca di spunti per i suoi scatti nella città più romantica al mondo. Eros era il nome della gondola e attirò subito la sua attenzione. Tuttavia un senso di tristezza invase il suo pensiero. Le acque del rio erano luccicanti, i palazzi vi si specchiavano e la gondola era lì, quasi sospesa sulla superficie, ma vuota. Né il gondoliere, né una coppia di amanti, pensò: chi sale su una gondola dal nome Eros se non due innamorati. Forse era stata appena ormeggiata ed erano scesi gli ultimi passeggeri. Il gondoliere probabilmente era in pausa caffè. Era intenzione del fotografo cogliere il momento in cui questo scenario fosse completo. Voleva aspettare, certo che sarebbe arrivato qualcuno. La gondola era pronta per navigare, non aveva la copertura, quindi era di servizio. Aveva deciso di aspettare un po’.Passeggiava da un ponte all’altro in attesa che la gondola si abitasse. La sua immaginazione vagava: vi salirà una coppia di sposi in viaggio di nozze? Oppure due coniugi che festeggiano il loro anniversario? Forse una coppia di turisti in visita a Venezia. Chissà. Per lui comunque non poteva essere altro che una coppia di amanti. Attese per ore, ma non arrivò nessuno, nemmeno il gondoliere. Chiese ad un passante, la risposta fu più triste della scena: c’è il coronavirus in giro, chi vuole che salga su una gondola per adesso? Allora decise di cogliere la desolazione di questo periodo di pandemia con un simbolo: la gondola dell’amore, vuota in vana attesa di clienti, e scattò.

C’era una volta

Correva l’anno 1983, non ero più tornato, in primavera, a Villalba (il paese dove sono nato), dopo che – nel 1969 – mi ero trasferito a Bologna.
Avevo voglia di rivedere i riti della Settimana Santa al mio paese. Sono una manifestazione molto sentita e l’occasione per riprovare le emozioni di quand’ero ragazzo ma anche di fare un po’ di foto era ghiotta.
Un giorno mentre mi affacciavo alla porta della casa di mia Nonna ho visto una scena che mi ha fatto sobbalzare: un contadino andava in campagna tirandosi dietro la mula e la capra. Sul mulo la sella e la bisaccia che conteneva gli attrezzi, e i generi alimentari necessari a consumare il pranzo in campagna. Era una scena ormai rara da vedere perché i muli da qualche anno erano stati, quasi del tutto, sostituiti dai motozappa che, oltre ad essere uno strumento di lavoro, erano stati trasformati in mezzi di trasporto. Sino a vent’anni prima, muli e capre erano molto diffusi. Il mulo era uno strumento di trasporto e di lavoro, la capra serviva a procurare il latte fresco per la famiglia. Erano le cose consuete della mia infanzia e la vista di quel curioso “corteo” è servito a risvegliare in me tantissimi ricordi…

Tecnica e fotografia

Non sono un maniaco della tecnica fotografica e probabilmente le mie foto sono piene di difetti. Considero che la tecnica deve aiutare a far venire fuori il meglio in una fotografia ma non può essere il metro di giudizio. Giorni fa su facebook ho letto un commento, su un gruppo per fotoamatori, in cui davanti a un bel ritratto un fotografo esclamava: «Si è bello però la messa a fuoco mi sembra più sulle sopracciglia».
Ad avvalorare il mio pensiero mi viene in soccorso la frase di Roland Barthes quando dice: «La foto mi colpisce se io la tolgo dal suo solito bla-bla: tecnica, realtà, reportage, arte, ecc. Non dire niente, chiudere gli occhi, lasciare che il particolare risalga da solo alla coscienza affettiva».
Piuttosto che sentire che una mia foto è ben fatta tecnicamente preferisco il lusinghiero giudizio di Paola Maccioni che, a commento di una mia foto, ha scritto. «Ho sempre pensato che la parola fosse l’unico e quasi insostituibile strumento della comunicazione che trascendesse la realtà. Questa foto mi ha dimostrato il contrario. Grazie».

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